ALITALIA
Alitalia: un'Italia senza aliMarco Ponti
5 giugno 2003
Le recenti imbarazzanti vicende dell'Alitalia, ma soprattutto i disagi dei cittadini che devono servirsene, sollecitano qualche riflessione di carattere generale sul settore, senza soffermarsi solo su un episodio di ordinario malcostume.
Lo scenario
L'11 settembre, la guerra irachena, e infine la Sars hanno accentuato una crisi del comparto aereo in atto da tempo su scala mondiale: la United Airlines prossima al fallimento, la Sabena e la Swissair chiuse, Alitalia con bilanci in rosso da un decennio, e il ricorso di molte compagnie di bandiera europee agli aiuti di Stato (ogni volta l'ultimo, si intende). Ma la crisi è crisi delle "grandi compagnie storiche", perché nel frattempo le nuove compagnie "low cost" sono cresciute e hanno anche realizzato ingenti profitti. E ciò nonostante l'opposizione, oltre che delle compagnie di bandiera "attaccate", anche dei Governi. E senza risparmi in fatto di sicurezza perché le compagnie "low cost" attribuiscono a questo fattore una priorità molto elevata per la semplicissima economica ragione che nel loro caso un incidente sarebbe sicuramente attribuito dai "media" a insufficiente manutenzione, con conseguenze devastanti.
Caratterizzato da crisi profonde anche nei decenni precedenti (si pensi alla scomparsa delle maggiori compagnie "storiche" statunitensi (Twa, Eastern e Pan American), il settore affronta quindi un cambiamento strutturale, seppure ancora in presenza di elevate protezioni per le compagnie maggiori, sia negli Stati Uniti che, soprattutto, in Europa. Il regime degli "slots" (il diritto di operare servizi in certe ore su certe rotte) non è stato mai liberalizzato, così come sostanzialmente rimangono vincolati alle grandi compagnie i servizi intercontinentali (e infatti le compagnie "low cost" non operano in questo campo). Inoltre, sia negli Usa che in Europa permangono vincoli molto stringenti per i regimi proprietari, che sono negati a soggetti "esterni".
Una debolezza strutturale
Di questa debolezza strutturale del settore sono state tentate molte spiegazioni. Vediamone due, tanto recenti e accreditate quanto poco convincenti. La prima (cfr. "The Economist" 3-9 maggio 2003) sostiene che il problema è essenzialmente legato a dimensioni aziendali insufficienti: basterebbe accentuare (e consentire) fusioni e concentrazioni per garantire la prosperità del settore (in analogia con quello automobilistico). Ma qui le "economie di scala" hanno un ruolo molto più incerto, come dimostra il fatto che sono le compagnie di maggiori dimensioni ad avere sofferto di più la crisi in Usa (e in Europa). Anche il fenomeno della crescita delle compagnie "low cost" contribuisce a smentire questa tesi.
La seconda spiegazione si fonda sui costi eccessivi del carburante, del lavoro, dei servizi aeroportuali, del controllo del traffico aereo, ecc., (cfr. "Volare" maggio 2003), ma la crescita delle compagnie "low cost" sembra indebolire l'argomentazione. Gli aumenti di costi, se reali, hanno colpito tutto il settore: le "low cost" sono sfuggite in Europa solo all'esosità dei grandi aeroporti, ma non alle altre voci, di fatto preponderanti.
E comunque non è chiaro perché tali maggiori costi non possano essere trasferiti all'utenza finale, in forte crescita sul lungo periodo (per confermare tale "non trasferibilità", si ricorda che il settore ha avuto redditività molto modeste fino dagli anni Settanta, pur con crescita impressionante del traffico servito).
Sembrerebbe invece che la fragilità del settore sia determinata dalla combinazione di due fattori: caratterizzato da bassi profitti e con una domanda fluttuante nel breve periodo, il settore si dimostra inoltre a offerta rigida, come se prevalessero i costi fissi. In altre parole, sembra che la crisi sia connessa a esuberi di capacità strutturali, anche se periodici. Questa spiegazione si adatta bene all'Europa: grandi compagnie semipubbliche e inefficienti (da cui i bassi profitti), con offerta rigida per ragioni politiche (iper-tutela del lavoro, "immagine nazionale" da sostenere).
Ma forse è possibile riscontrare elementi di rigidità dell'offerta anche nelle grandi compagnie americane. Possono essere legati alla necessità del controllo sui segmenti più redditizi della rete (gli "slots" strategici non liberalizzati richiedono la non interruzione, neppure temporanea, del servizio, pena l'avvento di concorrenti. È la logica che discenda da un regime noto come "grandfathers'right"). A ciò si può aggiungere per estensione la necessità del controllo di interi aeroporti "hub" (cioè nodo della rete dei servizi, e spesso sede amministrativa e tecnica della compagnia dominante), come Atlanta, Denver, Chicago. La posizione dominante in un aeroporto ha anche risvolti politici: garantisce posti di lavoro o servizi alla comunità locale che è generalmente proprietaria dell'aeroporto, e che "ricambia" garantendo proprio la dominanza. Ridurre i voli nei periodi di crisi può incrinare le alleanze costituite, aprendo così le porte ai concorrenti (si pensi ai complessi rapporti tra Sea, Aeroporti di Roma e Alitalia, per un esempio più vicino a noi).
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Il caso Alitalia
Per quanto riguarda il nostro Paese, Alitalia è in sofferenza ormai da più di dieci anni, con bilanci in perdita nonostante le elevate tariffe e la protezione di cui gode (slots, voli intercontinentali). La crisi attuale mette in moto pressioni per ridurre alcuni costi (aeroportuali e di controllo del traffico aereo). Sono costi da monopolio naturale che vanno ridimensionati, e di molto, con una buona regolazione pubblica mirata a incentivare drasticamente l'efficienza delle gestioni. In questi giorni il tentativo di riduzione del costo del lavoro, con la contrazione del personale di bordo, ha dato luogo a forme di protesta inaccettabili, indicative di relazioni industriali improprie e tipiche di aziende abituate a regimi clientelari (per inciso, un contesto più concorrenziale ridurrebbe grandemente l'impatto di tali proteste anomale sugli utenti, grazie a un'offerta di servizi meno concentrata).
Ma a livello europeo occorrerebbe "approfittare" dell'attuale crisi per liberalizzare il settore, invece che per rafforzarne le barriere monopolistiche (c'è una proposta all'attenzione della Commissione europea di "congelare" gli slots non usati dalle compagnie maggiori, a danno delle compagnie "low cost" che potrebbero accedere a rotte e aeroporti più appetibili).
Si potrebbe pensare a sostegni economici ("una tantum" per davvero, questa volta) concordati a livello europeo anche per bilanciare gli analoghi interventi in Usa. In cambio si dovrebbe avviare una reale privatizzazione e apertura del sistema a nuovi soggetti, che già hanno creato grandi benefici agli utenti europei con la loro efficienza. Tali sostegni economici avrebbero il significato di "viatico", cioè sarebbero connessi alla sostanziale cessazione della presenza pubblica nel settore (se non a fini regolatori a difesa degli utenti), e potrebbero servire anche a tutelare gli addetti delle compagnie che fossero costrette a drastici ridimensionamenti.
Infine, la crescita delle compagnie "low cost" significa occupazione e domanda di nuovi aerei, in altre parole uno sviluppo del settore che i grandi "elefanti bianchi" del passato non sembrano pi√π in grado di garantire. A quando una "Ryan Air" italiana?
Le recenti imbarazzanti vicende dell'Alitalia, ma soprattutto i disagi dei cittadini che devono servirsene, sollecitano qualche riflessione di carattere generale sul settore, senza soffermarsi solo su un episodio di ordinario malcostume.
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Vola solo il deficit
Marco Ponti 26 Febbraio 2006
Alitalia perde 50mila euro all'ora. Ma negli ultimi quindici anni ha visto pochi bilanci in attivo, e a volte solo grazie ad artifici contabili. Questo, anche negli anni in cui era monopolista, con tariffe molto alte.
Una fotografia della situazione
Quanto è costato agli italiani il monopolio in questi anni? Difficile fare i conti: ma poiché le tariffe "low cost" sono circa un terzo di quelle delle compagnie tradizionali, la stima dell'ordine di grandezza è possibile. E si immagini gli effetti sulla crescita complessiva del settore, e dell'occupazione (la domanda è molto elastica alle tariffe).
Con l'avvento di una (modesta e incompleta) liberalizzazione, le tariffe hanno iniziato a scendere, e la crisi, già nota e segnalata dagli studiosi del settore, è diventata "conclamata".
Le cause più evidenti sono da ricercarsi nella bassa produttività del personale e dei mezzi, una politica tariffaria divenuta dinamica solo da poco, una flotta "arlecchino", con moltissimi tipi di aereo, e alcune scelte incomprensibili (in particolare il trireattore MD11).
Il settore rimane caratterizzato inoltre da costi elevati sia per i servizi aeroportuali (non liberalizzati nonostante i richiami della Commissione europea) che per quelli del controllo del traffico aereo, mai regolati in modo efficiente.
Rimangono, poi, importanti segmenti non liberalizzati: i voli intercontinentali e i diritti di atterraggio ("slots aeroportuali") più redditizi, proprietà esclusiva della compagnie di bandiera. Senza tali protezioni pubbliche (assimilabili di fatto a sussidi), molte compagnie di bandiera sarebbero già uscite da tempo dal mercato, e non solo in Italia.
Da notare che la dominanza della compagnia di bandiera (che detiene pi√π del 50 per cento del mercato) genera "scioperi selvaggi". Tali scioperi in un mercato concorrenziale farebbero rischiare il fallimento della compagnia che non riuscisse a evitarli.
Nel caso di un produttore dominante paralizzano il paese, e quindi conferiscono un potere improprio per chi li promuove. È esattamente quanto accade nel trasporto pubblico locale, anch'esso caratterizzato da scioperi selvaggi che fermano le città.
Il monopolio quindi non garantisce la pace sociale, anzi si può affermare il contrario.
Una scelta di sviluppo
Che fare ora, con una situazione così deteriorata? La privatizzazione, sempre annunciata e sempre rimandata, sembra indispensabile, per rimettere nella gestione obiettivi di efficienza, "allontanando" le interferenze politico-clientelari.
Il cambio del management ora sembra immotivato (o peggio, ancora motivato da ragioni di controllo politico). Potrebbe essere giustificato solo se il nuovo vertice fosse scelto in base a un piano industriale pi√π convincente di quello ora sul tavolo, ma non ci sono segnali in questo senso.
Ma il problema più di fondo, da molti sollevato, è quale politica complessiva perseguire per il settore.
Le alternative sono sempre le stesse: o una politica "colbertiana", di rinnovata tutela del "campione nazionale", o una politica che punta allo sviluppo di un contesto davvero concorrenziale, proteggendo gli utenti invece che i produttori, e favorendo la crescita complessiva del settore.
La prima strada punta a rafforzare le alleanze internazionali. Il loro scopo primario, si badi, non è il bene dei viaggiatori, ma la capacità di premere su Bruxelles per mantenere posizioni di privilegio nelle condizioni di apertura del mercato in corso di negoziato con gli Usa. Si tratta cioè di costituire "compagnie di bandiera europee" al posto di quelle nazionali. Questa strategia comporterebbe poi il mantenimento allo Stato di una "golden share", che segnali la posizione di privilegio di Alitalia, e lo spostamento dei voli da Linate a Malpensa, in modo da ridurre la concorrenza sui voli intercontinentali, a danno dei milanesi (e delle città del Sud).
In passato, in questo modo non si è generata né efficienza né capacità di competere. Perché dovrebbe accadere ora?
La strada alternativa è quella di accelerare la privatizzazione senza "golden share", e premere sull'Europa perché si acceleri la reale liberalizzazione del settore (l'Italia ha sempre agito in senso contrario, con i risultati che si vedono). La liberalizzazione dei servizi aeroportuali, e una regolazione efficiente delle concessioni (richiesta anche dall'antitrust) e del controllo del traffico aereo dovrebbe ridurre molti costi impropri.
Il settore è in rapida evoluzione con l'avvento delle compagnie "low cost", che dovranno anche poter oprare sui servizi extra-Europa. Cosa abbiamo da perdere? Perché non scommettere su una Ryanair italiana tra qualche anno?
C'è solo da rammaricarsi che queste cose si scrivevano già cinque anni fa, in un contesto assai meno compromesso.
Alitalia perde 50mila euro all'ora. Ma negli ultimi quindici anni ha visto pochi bilanci in attivo, e a volte solo grazie ad artifici contabili. Questo, anche negli anni in cui era monopolista, con tariffe molto alte.
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Perché Alitalia resta a terra
di Mario Sebastiani 01.04.2004
In Italia le potenzialità di crescita della domanda di trasporto aereo sono elevate e i nostri aeroporti hanno capacità in eccesso. Eppure le compagnie nazionali hanno conti in rosso. Alitalia continua a essere considerata una concessionaria di pubblico servizio, e le si chiede di massimizzare il consenso sociale. La sua privatizzazione totale è necessaria per fare chiarezza e una precondizione delle inevitabili alleanze. Si deve infatti arrivare alla creazione di pochi gruppi internazionali che operino in condizioni di concorrenza vera.
Si fa un gran parlare di Alitalia, come se rappresentasse l'unico motivo di preoccupazione del nostro paese in campo aereo. Lo stesso "tavolo" di settore attivato mesi fa dal Governo, iniziativa lodevole in astratto, in definitiva sembra avere come destinatario vero la sola compagnia di bandiera. Ma tutte le compagnie aeree italiane se la passano molto male, troppo piccole per essere competitive. Lo stesso vale per gli operatori aeroportuali, privi di certezze sul loro status, spesso carenti di cultura imprenditoriale e in deficit di trasparenza verso compagnie aeree o passeggeri.
Un paradosso italiano
Se le difficoltà del settore oggi hanno dimensione mondiale, in Italia assumono un aspetto paradossale. Le potenzialità di crescita della domanda di trasporto aereo sono considerevolmente più elevate che altrove e, diversamente dagli altri aeroporti europei, quelli italiani hanno capacità in eccesso. Esiste dunque una domanda sommersa da sfruttare e infrastrutture sufficienti a sostenerla, per quanto poco efficienti; ma sembra non esistano compagnie nazionali in grado di cogliere questa opportunità.
Alitalia rappresenta un problema nel problema: costi unitari più elevati, progressivo ritiro da una serie di collegamenti, perdita di quote di mercato su altri, con un circolo perverso attivato dalla tirannia dei costi fissi. E poi c'è Malpensa, hub senza speranze immediate, ma che obbliga la compagnia a dividere la già insufficiente massa critica di mezzi con Fiumicino.
A mio avviso, il management ha lavorato bene, anche se qualche errore lo ha commesso.
Ha avuto poco coraggio nel presidiare collegamenti in perdita, sottovalutando l'effetto domino, per cui se si abbandona un collegamento si finisce con il perdere traffico anche su altri. E forse c'è stata una certa mancanza di coraggio sul piano del costo del lavoro/sindacale, anche se questo va soprattutto attribuito ai condizionamenti politici. Le due cose hanno interagito, perché le opposizioni sindacali hanno tratto alimento anche dalla sensazione che gli esuberi fossero dovuti al ritirarsi progressivamente da una serie di mercati.
Ora il piano Alitalia sembrava andare nella direzione giusta. Nell'arco di un triennio, prevede di abbattere del 18 per cento i costi per posto offerto e di aumentare del 30 per cento la capacità, in parte consistente su collegamenti di lungo raggio. L'introduzione della cassa integrazione è un provvedimento salutare (lo sarebbe per l'intero settore dei trasporti) che può contribuire a sdrammatizzare nell'immediato le tensioni, anche se non risolve i problemi a lungo andare.
Un caso emblematico
E allora, perché cambiare cavallo proprio ora? Il motivo è lo stesso che ha decretato il declino della compagnia e del settore da quando la liberalizzazione ne ha rese evidenti le debolezze.
Da dieci anni il mercato su cui opera Alitalia è diventato contendibile, ma la società seguita a essere considerata come concessionaria di pubblico servizio, delegata a svolgere ruoli, come venditore e come acquirente di servizi, in nome e per conto dello Stato, entità che da noi è tradotta in "Governo". Di qui la missione di massimizzare il consenso sociale e territoriale, in base al noto teorema per il quale una società di proprietà pubblica che genera tensioni sociali fa perdere voti nell'immediato, mentre non li fa guadagnare se è in utile, per lo meno non entro un orizzonte temporale rilevante.
Sotto questo profilo l'Alitalia è un caso emblematico dei molti conflitti di interesse che si annidano nei tanti ruoli che lo Stato si trova a svolgere. A cominciare dalla difficoltà di identificare l'azionista pubblico: teoricamente è il Tesoro che dovrebbe avere come obiettivo quello di massimizzare il valore dell'azienda. In realtà è il Governo, la cui collegialità costituisce la stanza di compensazione dei mille obiettivi che si pretende di assegnare alla compagnia.
E ci stupiamo se gli alleati europei pretendono che la società sia privatizzata prima di costituire un'alleanza? In generale la privatizzazione non è un toccasana, ma nel caso specifico porterebbe a due risultati essenziali:
· tracciare una chiara demarcazione fra i servizi che vanno svolti in regime di mercato (pagano i passeggeri) e quelli da sussidiare (paga la fiscalità generale). Se un'impresa ritiene non conveniente un servizio deve essere libera di sopprimerlo; se altri non subentrano spontaneamente interviene lo Stato con incentivi non discriminatori;
· attribuire alla politica il ruolo che le spetta: indicare le linee industriali del settore (non della compagnia);
Fatto questo, le relazioni industriali rientrerebbero nella normale dialettica fra le parti sociali.
E resterebbero distinte due figure che oggi si confondono: gli shareholders dagli stakeholders, posto che oggi gli italiani tutti si sentono azionisti; peggio, si sentono soci di un'associazione da cui pretendono servizi personalizzati.
La privatizzazione necessaria
In questo contesto una parziale privatizzazione è inimmaginabile: come può esistere un soggetto privato serio (disposto a investire soldi veri) desideroso di entrare in società con lo Stato? Più fattibile una privatizzazione totale: le difficoltà industriali ed economiche della compagnia sono un rischio valutabile, che ovviamente andrebbe scontato dal prezzo, con conseguente sacrificio per l'azionista uscente.
Naturalmente questo suscita lo spauracchio della mano straniera, della compagnia di bandiera "non più" di bandiera. Per inciso, questo spauracchio è stato agitato anche per altri settori, e la giusta richiesta di reciprocità verso gli altri Stati non sembra essere stata dettata tanto dall'obiettivo di offrire alle nostre aziende le stesso opportunità all'estero che riconosciamo a quelle straniere, quanto dall'inclinazione ad attivare un processo di reciproca interdizione.
Con la privatizzazione sarebbe possibile attivare le alleanze, complemento essenziale per ogni ipotesi risanamento e di sviluppo. È questa la via da seguire anche sul mercato domestico, dove le altre compagnie sono destinate a scomparire se non si va verso una logica di integrazione.
Sappiamo bene che su questa strada si va incontro ai rilievi delle Autorità antitrust, in particolare di quella italiana. Ma se è vero che il diritto della concorrenza deve assicurare il pluralismo, è anche vero che se si disconoscono le logiche industriali pluralismo e competitività verranno comunque meno, e con esse lo sviluppo e la tutela degli utenti.
Appartiene dunque alla politica europea e nazionale ricercare un nuovo equilibrio fra istanze che appaiono contrapposte, inclusa l'armonizzazione delle discipline e delle prassi antitrust.
Bisogna promuovere aggregazioni fra le compagnie (sostituire la concorrenza con la cooperazione) fino ad arrivare a pochi gruppi internazionali, ma al tempo stesso creare le condizioni per una concorrenza vera fra i gruppi.
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All’Alitalia serve chiarezza
22 Aprile 2004
Carlo Scarpa
Nel bloccare il salvataggio di Alitalia – se veramente è questa la sua intenzione – Giulio Tremonti ha ragione; è un atto di serietà. Ma la storia di Alitalia è complessa, e non abbiamo ancora capito come può andare a finire. E occorre proporre qualche alternativa (anche se il "no" è già un buon punto di partenza).
La storia di Alitalia, già raccontata anche su questo sito (vedi Ponti), è fatta di perdite che si cerca di tappare con provvedimenti di breve respiro e che ripetutamente la Commissione europea bolla come aiuti di Stato. E quando la società prova a mettere le mani a rimedi strutturali, montano gli scioperi e si cerca la soluzione politica. Ignorando che non c'è soluzione politica che possa consentire a un'impresa di stare su un mercato avendo costi superiori a quelli dei rivali, cambiando piani industriali ogni tre mesi, e fornendo un servizio di qualità ormai percepita dai consumatori come inferiore a quella degli altri. E Alitalia continua inesorabilmente a scivolare su una china in fondo alla quale non ci sono certo posti di lavoro.
Quanto costa il servizio pubblico?
Poco tempo fa, Mario Sebastiani su lavoce.info ha sottolineato come la privatizzazione totale di Alitalia sia l'unica strada per fare chiarezza, e la chiarezza è fondamentale se vogliamo riportare l'impresa sulla strada dell'equilibrio economico.
Da un lato, abbiamo rotte che "stanno in piedi da sole", che sono redditizie e sulle quali Alitalia non avrebbe bisogno di particolari sussidi. Dall'altro, abbiamo rotte che invece vengono servite soprattutto, se non soltanto, per ragioni di equilibrio territoriale, per non isolare le periferie di questo complesso paese (le isole, ma non solo) dai suoi "centri".
Se le prime possono essere lasciate al mercato, le seconde – costituendo un servizio "sociale" – dovrebbero essere invece pagate come gli altri servizi sociali di questo paese. Solo che questo richiede, intanto, di far sapere esplicitamente quanto costano, e poi di porre il problema di chi debba pagare per tale servizio. Potremmo magari scoprire che interessa una parte del territorio, ma non il resto. E in periodi di devolution, questi sono temi scottanti.
Si può lasciare Alitalia al mercato? Se si separa ciò che ha senso dal punto di vista della redditività dell'impresa da quanto invece è servizio pubblico, forse sì. O almeno, una volta effettuata tale separazione, se Alitalia dovesse affondare, le rotte non servite da Alitalia sarebbero comunque coperte da altre compagnie, che avrebbero a loro volta bisogno di lavoratori in più, e quindi non sarebbe un problema enorme. Se questa separazione avvenisse, sarebbe il mercato a dire se Alitalia merita di restare in vita, e il paese e i lavoratori andrebbero avanti comunque.
Se questa separazione non avviene, allora Alitalia resterà con un peso (il servizio pubblico in aree non redditizie) che rischia di affondare anche quanto di buono si annidasse in questo carrozzone. E continuiamo a vivere una contraddizione. Da un lato, mettiamo un'impresa nel mercato azionario; dall'altro continuiamo però a gravarla di obblighi simili al "servizio universale" a cui si assoggettano le imprese che vendono acqua, luce o gas, senza però dire chi dovrebbe pagare per tale obbligo. Peggio ancora, questo avviene in un settore che l' Unione europea (non solo la perfida Commissione) ha da tempo dichiarato aperto alla concorrenza, e ove gli aiuti di Stato non sono tollerati.
Come dicevo prima: occorre fare chiarezza. Occorre distinguere ciò che pertiene alla sfera del mercato, e ciò che invece pertiene alla sfera del servizio pubblico. Però per fare questo bisogna avere il coraggio di dire quanto costa servire le isole; quanto costa servire il Sud del paese, e magari convincere la Lega che probabilmente parte di questo deve essere pagato anche dal "Nord".
Non facciamo previsioni…
Anche se ritengo questa la soluzione (nel medio periodo) più sensata, non scommetterei un centesimo sul fatto che sarà quella prescelta.
Tempo fa, Guido Rossi definiva il capitalismo italiano un capitalismo "straccione". È vero. Ma è anche un capitalismo – sempre – assistito e politicizzato. Purtroppo questo è vero per Parmalat (che per anni ha cercato di tenersi in piedi con appoggi politici), per Retequattro (salvata dal satellite dalla legge Gasparri), per le piccole imprese (leggi allevatori e quote latte, o società di calcio). Ed è vero per l'industria pubblica (leggi Alitalia). Ma l'elenco potrebbe continuare.
La chiarezza dei conti sembra essere un optional. E lo stesso Tremonti farà fatica a mantenere alta la guardia. Forse non è un caso che proprio un ministro della Lega (Roberto Maroni) preferisca un piano di salvataggio che mantiene l'attuale commistione tra mercato e servizio pubblico, che evita quindi la chiarezza, ma anche ad esempio di comunicare agli elettori del Nord quanto costa servire le zone meno avanzate del paese.
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Vendere Alitalia. Ai suoi dipendenti
di Gianpaolo Rossini 06.05.2004
Anche se gli esempi di altre compagnie non sono confortanti, questa è forse l’ultima mossa per evitare il fallimento della società. Ai lavoratori dovrebbe andare oltre la metà del capitale ora in mano al ministero dell’Economia, con un esborso ragionevole per singolo dipendente. Il vantaggio sarebbe una assunzione di responsabilità da parte dei dipendenti nella gestione dell’azienda, con tagli salariali anche cospicui. Il salvataggio avverrebbe così senza ricorrere al denaro pubblico. E potrebbero riacquistare fiducia investitori come le banche. Riproponiamo anche gli interventi di Carlo Scarpa, Marco Ponti e Mario Sebastiani già apparsi sul tema.
Vendere Alitalia. Ai suoi dipendenti
Si discute del destino di Alitalia e una delle opzioni sul tappeto è che sia salvata dai suoi dipendenti. Una scommessa rischiosa, che qualcuno nella compagnia di bandiera accetterebbe pur di non veder fallire la società.
Il caso United Airlines
I precedenti, però, non sono confortanti. La United Airlines, posseduta in maggioranza dai suoi dipendenti, sta lottando per uscire dalla situazione di semibancarotta, quella individuata dal Chapter 11 della legge americana. (1)
Fino alla seconda metà degli anni Novanta, United Airlines è la maggiore compagnia aerea del mondo. Nel 1994 imbocca il tunnel di una crisi senza fine.
La partecipazione dei dipendenti al capitale sembra la via d'uscita. Si accettano tagli salariali intorno al 15 per cento in cambio di una presenza nel capitale aziendale che giunge al 55 per cento. Ma i tagli salariali sono contraddittori, disordinati. Spesso, gli aumenti non sono trasparenti. Oppure per una diminuzione dello stipendio si prevede il recupero dopo qualche anno, o lauti bonus nei fondi pensione. E così le cose non migliorano. Negli ultimi tre anni le perdite sfiorano i 15 miliardi di dollari.
Come l'Alitalia, la United Airlines vede succedersi troppi amministratori delegati. L'ultimo, Glenn Tilton, è impegnato in una battaglia per ottenere un prestito che consenta di uscire dalla situazione in cui la compagnia si trova dal dicembre 2002, quando ha chiesto la protezione del Chapter 11. Se Il progetto United Airlines di gestione da parte dei dipendenti è forse fallito, non tutte le colpe sono da addebitare ai lavoratori e alla loro disordinata politica salariale. E negli Stati Uniti c'è anche chi ritiene che la compagnia debba essere salvata. Perché anche allo sprovveduto osservatore è chiaro che a beneficiare in primo luogo di un fallimento di United Airlines, o di Alitalia, non sono i consumatori, ma i concorrenti.
La vendita possibile
Ma se la politica dei tagli salariali, unica alternativa all'eccesso di personale, ha fallito con United, come può riuscire con Alitalia che su questo terreno non ha mai dimostrato molta dimestichezza? Lo stop del primo maggio sembrerebbe confermare il pessimismo. Se però i dipendenti si rendono conto che questo è l'unico modo rimasto per evitare drastici tagli occupazionali e porre ciascuno di fronte alle proprie responsabilità, per Alitalia la sfida è ancora possibile.
Come effettuare il mutamento gestionale? Oltre metà del capitale in mano allo Stato potrebbe essere attribuito con opzioni call esercitabili solo tra un anno a un prezzo di esercizio inferiore del 5-10 per cento al corso delle azioni Alitalia di questi giorni (ovvero opzioni "in the money").
Se tra un anno l'azienda avrà peggiorato la sua condizione, le opzioni saranno carta straccia. Se sarà migliorata potranno essere vendute o esercitate e avranno un valore per chi le detiene.
Si potrebbe poi dare un ulteriore premio a chi si impegna a non vendere le azioni per almeno tre anni.
I dipendenti, se lo vorranno, potranno acquisire il controllo dell'azienda già da ora, in virtù del possesso delle opzioni.
Il capitale di Alitalia è per circa il 62 per cento in possesso del ministero dell'Economia, con 3.873.428.328 azioni, per un valore di mercato del pacchetto di circa 794 milioni di euro.
I dipendenti sono presenti nell'azionariato con una quota irrisoria, circa lo 0,14 per cento.
Ciascuno degli attuali 20.758 dipendenti Alitalia dovrebbe perciò acquistare dal ministero capitale per un valore di circa 19mila euro tra dodici mesi. Dunque, l'operazione richiederebbe da parte dei dipendenti un esborso consistente, ma non astronomico. Per chi ha redditi più alti della media si potrebbero concedere quantità superiori di opzioni.
Alitalia ha bisogno di altro capitale fresco e ha emesso obbligazioni che dovrà ripagare. L'unica governance che oggi possa prendere a prestito e dare garanzie ai finanziatori è quella composta dai dipendenti in associazione con lo Stato. Ma non è facile perché, per salvare l'azienda, l'alternativa alla riduzione del personale è un taglio degli stipendi che potrebbe raggiungere almeno il 15 per cento. E che solo i dipendenti possono decidere. Lo Stato potrebbe eventualmente intervenire in aumenti di capitale che però dovrebbero mantenere invariate le quote proprietarie.
La strada è stretta. Ma è una delle poche rimaste all'azienda per evitare la bancarotta e per salvare un pezzo fondamentale del sistema produttivo italiano. Perché una tale soluzione responsabilizzerebbe il personale ed eviterebbe il ricorso a denaro pubblico, se non in maniera del tutto legittima. Con un impegno forte dei dipendenti, le banche potrebbero tornare a prestare denaro all'azienda e in futuro diventare anch'esse un azionista di riferimento.
I dipendenti saranno disposti a salvare Alitalia e ad amministrarla? La sfida è ad alto rischio, ma di grande portata.
Oggi a rappresentare i dipendenti ci sono nove sigle sindacali. Se Alitalia fosse consegnata così come è ora ai dipendenti, forse alcune di queste scomparirebbero. Semplicemente, perché non sarebbero in grado di disegnare la gestione dell'azienda che dovrebbero amministrare.
Nove sigle sindacali sono troppe anche per una impresa semi cooperativa.
È dunque meglio evitare ogni intermediazione sindacale nella gestione del pacchetto azionario dei dipendenti che dovrebbero nominare l'amministratore delegato in modo indipendente.
Potrebbe essere una delle prime occasioni per affrontare una crisi industriale in maniera responsabile senza la litania dello scarico di responsabilità su altri.
(1) http://www4.law.cornell.edu/uscode/11/ch11.html |
Per Alitalia, guardiamo all’estero
di Andrea Goldstein 27.05.2004
Le esperienze delle compagnie aeree di Kenya e Sri Lanka dimostrano che l’apertura a capitali esteri migliora la gestione e assicura benefici reali. Per raggiungere questi risultati è però necessario che il Governo sviluppi una strategia chiara e credibile. Da far valere negli accordi con gli investitori stranieri e che permetta di non capitolare di fronte alle inevitabili resistenze e proteste. A partire da quelle che si leveranno contro la scelta necessaria di un unico hub nazionale.
Sul Sole 24Ore del 18 maggio, Carlo De Benedetti osserva giustamente che la nazionalizzazione non può essere la soluzione dei problemi del trasporto aereo in Italia.
Una tattica errata
La strategia che De Benedetti indica, però, non convince e rischia di suggerire al Governo una tattica sbagliata nella ricerca delle risorse necessarie per risolvere la crisi di Alitalia. Un business plan che punti a rafforzare i collegamenti point-to-point in Europa e nel Mediterraneo, grosso modo sotto le tre ore, non è né necessario né sufficiente.
Non c'è bisogno di creare una nuova azienda sulle ceneri di Alitalia per permettere alla business community italiana e ai turisti stranieri di viaggiare. Per questo ci sono già i vettori stranieri e le low-cost, comprese quelle italiane che, come Volareweb, stanno già crescendo rapidamente.
Inoltre, a nessun vettore tradizionale, anche ove liberato degli oneri del servizio pubblico, è riuscita la transizione verso un modello di gestione a costi ridotti. Ma se anche questa strategia funzionasse, rischia di non essere sufficiente.
L'esperienza di compagnie europee e asiatiche (spesso pubbliche, come Air France, Emirates o Singapore Airlines) mostra chiaramente come il salto di qualità nei risultati aziendali richiede una strategia aggressiva di sviluppo a partire di un hub efficiente.
Due esperienze di successo
La strada per Alitalia passa necessariamente per la vendita di una quota significativa del capitale (diciamo il 30/40 per cento) a un operatore straniero, cui sia trasferita la gestione operativa del vettore.
Con esso il Tesoro dovrà firmare un chiaro contratto che indichi gli obiettivi strategici: in altre parole, la visione che il Governo ha per la compagnia di bandiera. Non è ragionevole discutere della cessione di una quota di maggioranza: allo stato la compagnia non è un cespite interessante e, soprattutto, la regolamentazione del trasporto aereo internazionale condiziona la designazione di una compagnia nel quadro degli accordi bilaterali alla proprietà nazionale.
Gli esempi cui guardare non mancano, per una volta bisogna però avere l'umiltà di imparare da paesi ben più poveri dell'Italia.
Nel 1996 e 1997, rispettivamente, i governi del Kenya e dello Sri Lanka decisero che l'unica strada per arrestare l'inesorabile declino delle proprie compagnie aeree passava per un accordo con partner esteri disposti a investire risorse, non solo finanziarie, nella difficile missione di trasformare vettori locali privi di una strategia chiara in aerolinee capaci di crescere e sostenere lo sviluppo dell'industria e del turismo.
Emirates ha acquistato 40 per cento di Air Lanka, ribattezzata Srilankan, mentre Klm ha acquisito il 26 per cento di Kenya Airways.
In ambedue i casi, l'investimento finanziario è stato relativamente modesto, anche perché gli introiti sono andati al fisco, non alla società.L'elemento cruciale è stato il contratto di gestione che ha chiaramente definito gli obiettivi e le responsabilità del nuovo partner.
Nel caso keniota, l'accordo indica come obiettivi aumentare i servizi tra l'Africa e il resto del mondo, condividere risorse, conseguire economie di scala e integrare Kenya Airways nelle alleanze che Klm sviluppa a livello globale. In cambio, Klm nomina i principali dirigenti, ma non la maggioranza del consiglio d'amministrazione, e ha il potere di veto sulle decisioni pi√π importanti.
Anche in un contesto globale di crisi del trasporto aereo, le due compagnie hanno registrato tassi di crescita importanti – conseguiti grazie alla razionalizzazione della flotta, alla massiccia introduzione di strumenti informatici per ottimizzare la struttura tariffaria, a una rete di rotte e frequenze capace di supportare lo sviluppo di Nairobi e Colombo come incipienti hub regionali. Il margine operativo lordo è migliorato, il numero di passeggeri e la quantità di merce trasportati sono moltiplicati e ambedue la compagnie accumulano i riconoscimenti internazionali.
Risultati tanto più sorprendenti se si ricorda che Kenya e Sri Lanka sono stati drammaticamente colpiti dall'instabilità politica – attentati di Al Quaida a Nairobi e Mombasa, la guerra civile in Sri Lanka e la distruzione di aerei di Srilankan a opera dei terroristi Tamil. Ma ambedue le compagnie hanno ben letto i segnali del mercato. Ad esempio, dopo la conclusione di un accordo open skies con l'India, Srilankan serve quindici destinazioni in quel paese, con l'obiettivo di fare di Colombo un nuovo hub per collegare un mercato di un miliardo di persone con l'Asia e l'Europa.
Credibilità da costruire
L'esperienza di Kenya Airways e Srilankan contiene due messaggi che vale la pena trasmettere a chi ha a cuore l'avvenire di Alitalia.
Il primo, e più immediato, è che l'apertura a capitali esteri migliora la gestione con benefici reali, tra i quali l'aumento della forza lavoro rispetto all'epoca della proprietà pubblica. Non a caso, in ambedue i paesi le relazioni industriali sono ora significativamente migliori di quanto fossero quando la controparte del sindacato era il Governo.
Il secondo è che, in un settore come il trasporto aereo, per consentire questi risultati è necessario che il Governo sviluppi una strategia chiara e credibile. La credibilità si può costruire anche in contesti difficili come quelli di Kenya e Sri Lanka e non dipende necessariamente dalla continuità politica – tant'è che in nessuno di questi paesi il Governo che firmò gli accordi con gli investitori stranieri è ancora al potere.
Ma ciò richiede visione e perseveranza nel non capitolare di fronte alle proteste, per esempio quelle che accompagneranno la necessaria scelta dell'unico hub nazionale. Questa è la politica industriale moderna di cui l'Alitalia e il paese avrebbero bisogno.
(1) "Il mercato richiede chiarezza", Il Sole 24 Ore, 18 maggio
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Come si dice Malpensa in cinese?
di Francesco Cavalli , Francesco Gazzoletti e Daniele Nepoti 27.05.2004
Non sappiamo cosa succederà ad Alitalia. Ma è certo che Malpensa – indebolito dalla rivalità con Linate – non potrà rientrare nei programmi di Alitalia, troppo legata a Roma. E allora, non varrebbe la pena di farne un hub per qualche compagnia, ad esempio dell’Estremo Oriente?
Malpensa e Alitalia: un rapporto turbolento
Malpensa è stato pensato e costruito come un grande hub. Uno scalo di questo tipo funziona se ricorrono, tra le altre, almeno tre condizioni:
La prima è che ci sia una compagnia aerea di riferimento. Alitalia è, nelle dichiarazioni, questa compagnia. Installata nell'hub di Fiumicino, la compagnia sostiene da anni di voler rafforzare Malpensa. Tuttavia, il personale Alitalia dislocato presso gli scali milanesi (centro di un bacino che vale circa il 70 per cento della domanda di trasporto aereo nazionale) si mantiene intorno a un irrisorio 6,6per cento (1.400 persone su 21.000) e non c'è traccia di progetto per l'installazione di una base di armamento a Malpensa.
Ora, è noto che nessuna compagnia aerea può puntare simultaneamente su due hub, meno che mai Alitalia. Il problema è che la lotta tra romani e milanesi per l'esclusività di Alitalia danneggia tutti, in primo luogo la compagnia aerea.
Una volta tramontata l'ipotesi di fusione con Klm infatti, che proprio in Malpensa trovò il motivo della progettata alleanza e la causa del suo fallimento, il rapporto speciale tra Alitalia e l'hub varesino è finito per sempre. Ed è interesse di tutte le parti in gioco considerarlo reciso una volta per tutte.
La questione di fondo è che in il trasferimento di Alitalia a Malpensa risulta semplicemente impossibile. A parte i costi in questo momento impensabili che la compagnia dovrebbe sopportare per il "trasloco", Alitalia non lascerà Fiumicino perché è una società romana, nel bene e nel male legata a Roma e al suo milieu politico-economico.
Malpensa solo contro tutti
Una seconda condizione è che esista una serie di aeroporti serventi (Feeding). Si sa che Malpensa ha un nemico in casa: Linate. Un grande aeroporto riceve benefici dalla vicinanza di scali più piccoli a patto che sul primo si concentrino un'importante quantità di voli intercontinentali e che sia ben collegato, anche via terra, con i secondi.
Sotto il primo aspetto, Alitalia ha poche rotte intercontinentali (per di più spalmate tra Fiumicino e Malpensa) e con prezzi medi elevati. Inoltre, trasferire le rotte di Linate su Malpensa sarebbe possibile solo se il progetto incontrasse il consenso di tutto il paese. Ma questo non avverrà, in quanto il centro Sud (ovvero chi prende l'aereo e non il treno per raggiungere il Nord) preferisce (a ragione) volare su Linate, a soli 7 Km dal centro di Milano. Inoltre, i continui conflitti tra i soggetti politico-istituzionali milanesi e lombardi, con la Regione (esclusa dal capitale di Sea) decisamente propensa ad un depotenziamento di Linate e il Comune e la Provincia di Milano fieramente avversi, indeboliscono ulteriormente tale possibilità. Questi elementi, uniti alla questione infrastrutturale, spiegano il fatto che Linate (come altri aeroporti del Nord) funzioni spesso come vero feeding airport di hub europei diversi da Malpensa.
La terza condizione è poi un adeguato sviluppo delle infrastrutture e delle funzioni complementari di terra. Malpensa è sostanzialmente isolato dal suo territorio a causa della mancata attuazione dei piani esistenti per creare un sistema efficiente di infrastrutture stradali e ferroviarie. A questo si aggiunga il fatto che in prossimità dell'aeroporto non si è pienamente realizzato il necessario complesso di funzioni complementari e di supporto alle attività aeroportuali (accoglienza, logistica, ecc.).
Eppure, Malpensa beneficia di una localizzazione straordinaria per la prossimità al nodo di Milano (incrocio tra Corridoio V e Genova – Rotterdam, e tra i bracci della grande "T" dell'Alta Velocità italiana) e al mega polo esterno della Fiera.
Inoltre, dal punto di vista tecnico e di pianificazione, esistono tutti gli elementi perché possa decollare lo sviluppo del territorio circostante l'aeroporto (Piano d'area Malpensa) e perché possano essere gradualmente realizzate tutte le infrastrutture di trasporto necessarie (verso Milano e Orio al Serio, il Gottardo e il Sempione, Torino e Genova).
Quale soluzione?
Appare chiaro che la soluzione di questi tre punti è intimamente legata. Solo scegliendo una compagnia di riferimento si potrà ottenere un coinvolgimento dei privati, capace di affiancare un attore pubblico che difficilmente potrà farsi carico interamente del finanziamento delle opere infrastrutturali sopra richiamate.
Non è nell'interesse di nessuno che Alitalia fallisca. E se la compagnia italiana riuscirà ad uscire dalla crisi attuale, sembra destinata a raggiungere l'alleanza franco-olandese. Tuttavia, tale prospettiva pone a Malpensa un problema. La geografia stessa indica infatti che, al di là delle intenzioni di Alitalia, Malpensa sarebbe fagocitato da Parigi Charles de Gaulle: troppo vicini i due aeroporti, troppo bassa la capacità di contrattazione di Alitalia, troppo sviluppato l'hub parigino. Chi si prende dunque il mercato aereo del Nord Italia?
Sulla base di un quadro di fondo così tratteggiato, è possibile ipotizzare schematicamente uno scenario di questo tipo:
- abbandono da parte di Malpensa del legame con Alitalia, in favore di un vettore non continentale e concorrente rispetto agli aeroporti di riferimento dell'alleanza Skyteam e Star Alliance, meglio se asiatico: Malpensa hub europeo di AirChina?
Inoltre:
- definizione del ruolo degli scali dell'Italia del Nord attraverso l'avvio di uno stretto coordinamento tra la Sea e i gestori aeroportuali favorevoli;
- blocco di ogni prospettiva di sviluppo dell'aeroporto di Montichiari come ulteriore hub intercontinentale del Nord e progressiva riduzione di Linate ad aeroporto regionale.
-privatizzazione di Sea, cautelandosi rispetto a acquisizioni da parte dei concorrenti. In presenza di conflitti endemici tra diversi livelli amministrativi e partitici la privatizzazione della Sea, costituisce l'unica via per impostare una strategia di sviluppo svincolata dagli umori politici del momento.
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Alitalia: bene così, ma non facciamoci illusioni
29.09.2004
Sembra ormai vicina ad una soluzione la crisi Alitalia. Tuttavia, non è ancora tempo per nutrire facili illusioni, come sottolinea Carlo Scarpa (Alitalia: bene così, ma non facciamoci illusioni). Ricostruiamo la dinamica della crisi nel corso degli ultimi mesi con interventi di Francesco Cavalli, Francesco Gazzoletti e Daniele Nepoti (Come si dice Malpensa in cinese?), Andrea Goldstein (Per Alitalia, guardiamo all'estero), Marco Ponti (Vola solo il deficit e Alitalia: un'Italia senza ali), Carlo Scarpa, (All'Alitalia serve chiarezza), Mario Sebastiani (Perchè Alitalia resta a terra).
di Carlo Scarpa
La crisi Alitalia sembra ormai arrivata vicina ad una soluzione. Era chiaro a tutti che o si sarebbe trovato un accordo sul nuovo assetto della compagnia, o il fallimento sarebbe stata l'unica alternativa. E' da molti mesi evidente come un'impresa che perde oltre un milione di Euro al giorno (dati di inzio 2004) non aveva altre possibilità. Su lavoce.info abbiamo già trattato spesso il tema, e in particolare Marco Ponti già 15 mesi fa aveva indicato come la strada più seria poteva essere quella di rimettere Alitalia in linea con le compagnie a costo minore, piuttosto che rilanciare una improbabile super-impresa con ambizioni di "globalità". Ma abbassare il costo del lavoro o il numero di dipendenti non serve a molto, se non aumenta di molto la produttività: di chi resta, e anche questo sembra che stia per succedere con i nuovi contratti. Non possiamo che rallegrarcene, auspicando che adeguati ammortizzatori sociali siano attivati per tutti i lavoratori coinvolti dagli esuberi. Purtroppo, della liberalizzazione che si auspicava allora si vede ben poco - anzi il recente richiamo dell'Enac alle compagnie straniere affinché aumentino i prezzi sembra un'agghiacciante stonatura. E della privatizzazione (auspicata anche da Mario Sebastiani) ancora non si vedono che promesse, e solo relativamente a una vendita parziale. Anche se è forse ovvio che al momento attuale solo un folle investirebbe in Alitalia, la soluzione che si prefigura - la semplice discesa della quota pubblica sotto il 50% - non è certo garanzia di apertura, poiché il controllo rimarrebbe saldamente in mano al Governo. Il problema (come anche sottolineato da Goldstein con riferimento ad esperienze apparentemente lontane) è la credibilità del Governo - non tanto o non solo di quello attuale, quanto dell'esecutivo italiano, sempre esposto a pressioni difficilmente controllabili. E, infatti, il costante richiamo di parte del sindacato al mantenimento del controllo pubblico rappresenta un'altra nota stonata, sia rispetto alle raccomandazioni della Commissione, sia rispetto ad eventuali prospettive di alleanze su base internazionale. Un altro tema importante che ora riaffiora è quello delle rotte da sviluppare o da abbandonare. Anche se le economie di rete non sono tali da prestarsi a soluzioni semplicistiche, il ridisegno delle rotte e del rapporto con gli aeroporti è un passaggio inevitabile. Allo stesso tempo, emerge con chiarezza che Malpensa sarà un problema, e lo si sapeva da tempo. Non credo sia un problema tanto per Alitalia, ma soprattutto per la Lombardia. E Malpensa dovrà seriamente cercare una soluzione ai suoi problemi senza Alitalia. La cosa curiosa è che la soluzione per Malpensa potrebbe proprio essere un aumento della concorrenza per Alitalia: mentre da un lato iniettiamo denaro pubblico per salvare la compagnia di bandiera, proprio i grandi investimenti effettuati a suo tempo con denaro pubblico si ritorceranno contro Alitalia?
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Alitalia dopo gli accordi
di Marco Ponti e Andrea Boitani 21.10.2004
Esuberi inferiori a quanto richiesto dall’azienda, che dovrà quindi riconquistare quote di mercato per aumentare i ricavi. Ma le alleanze con altri vettori italiani potrebbero tradursi in un aumento del “grado di monopolio” sulle rotte nazionali. E se il nuovo sistema retributivo sembra un effettivo passo in avanti, molti dubbi solleva invece il riassetto societario. Quanto alle otto compagnie che rilanciano il sospetto di aiuti di Stato, potrebbero in realtà puntare a ridurre la capacità nel mercato del trasporto aereo, senza alcun vantaggio per i consumatori.
È difficile compiere una valutazione accurata delle prospettive di Alitalia dopo l'accordo con i sindacati. Molti punti cruciali del piano industriale sono ancora poco noti e pende il giudizio della Commissione europea sul riassetto societario e finanziario complessivo del gruppo, in particolare dopo la recente "segnalazione" da parte di otto compagnie concorrenti, secondo le quali il piano sarebbe sorretto da aiuti di Stato.
I vincoli della Commissione
La Commissione europea aveva condizionato l'autorizzazione all'erogazione del prestito-ponte di 400 milioni di euro (garantito dallo Stato) al varo di un piano credibile per riportare la compagnia in utile dopo dieci anni di bilanci in rosso. Inoltre, aveva vietato ad Alitalia (se si fosse salvata) di accrescere la sua flotta per qualche anno, in modo che non potesse utilizzare i fondi del prestito ponte per potenziare la sua capacità concorrenziale nei confronti delle altre compagnie europee. Allo stesso tempo, la Commissione aveva vincolato l'autorizzazione alla ricapitalizzazione di Alitalia alla riduzione della quota dello Stato nella compagine azionaria al di sotto del 50 per cento.
Gli accordi con i sindacati e la parte del Governo
La credibilità a breve termine del piano stava quasi tutta nella capacità della compagnia di ridurre il personale (che nei due anni precedenti era cresciuto, nonostante i risultati sempre più negativi) e il costo del lavoro per unità di prodotto, che era il più alto in Europa. (1) Perciò, nella trattativa coi sindacati, l'azienda aveva posto un obiettivo di 5mila esuberi, ma è riuscita a ottenerne soltanto 3.700. Inoltre, aveva chiesto e ottenuto l'azzeramento dei vecchi contratti di lavoro e l'accordo per contratti meno onerosi, con stipendi legati al lavoro effettivo prestato (ore volate, eccetera). Altro punto fondamentale era, per l'azienda, la separazione dei destini della compagnia di volo (AZ Fly) dalle attività di servizio a terra (manutenzione, handling aeroportuale, servizi di informatica, call center e così via), in cui si annidava una parte consistente delle perdite e che dovevano confluire nell'azienda AZ Service.
Un a volta raggiunto l'accordo con i sindacati, il Governo decideva di accordare ai lavoratori in esubero di Alitalia, così come ai loro eventuali colleghi di altre compagnie aeree, l'accesso alla cassa integrazione guadagni, integrata con un fondo speciale per portare i sussidi erogati all'80 per cento dello stipendio. Tale fondo dovrebbe venir alimentato con una piccola "tassa" (circa 1 euro) sui biglietti aerei.
La riduzione degli esuberi rispetto alle richieste dell'azienda può avere diverse letture. Resta comunque il fatto che i minori esuberi implicano una minor riduzione dei costi rispetto al desiderato e quindi – per far tornare i conti - la necessità di un maggior incremento dei ricavi. Cosa quest'ultima che implica una riconquista di quote di mercato non facile da ottenere nel quadro fortemente competitivo che si va affermando sulle rotte europee, grazie soprattutto alla presenza aggressiva delle compagnie low cost. Le prospettate alleanze di AZ Fly con altri vettori italiani, però, potrebbero semplicemente tradursi in un aumento del "grado di monopolio" sulle rotte nazionali, ovviamente a danno dei consumatori.
Quanto al nuovo sistema retributivo concordato con i sindacati, sembra di poter dire che esso rappresenti un effettivo passo in avanti verso un assetto sostenibile tanto sotto il profilo dei costi quanto sotto quello della produttività, anche se non è possibile affermare – sulla base delle informazioni disponibili in questo momento - che si tratti di un passo decisivo o anche solo sufficiente.
Per la prima volta si è deciso di offrire ammortizzatori sociali estesi a un intero comparto e non limitati all'azienda in crisi. È una novità importante. Tuttavia, la concessione del fondo integrativo appare un pericoloso precedente, soprattutto in quanto destinato a categorie di lavoratori tradizionalmente alquanto privilegiate. La vicenda, inoltre, ripropone l'esigenza di prevedere – non nel mezzo di una crisi aziendale o settoriale - un sistema di ammortizzatori sociali equo e generalizzato a tutti i lavoratori.
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Riassetto societario o aiuti di Stato?
Molti dubbi solleva il riassetto societario previsto dagli accordi. Il controllo azionario di AZ Service da parte di AZ Fly (preteso e ottenuto dai sindacati) può indurre a sospettare che non venga reciso il cordone ombelicale tra le due aziende e che, quindi, AZ Fly continui ad "acquistare" servizi inefficienti e a costi superiori a quelli di mercato da AZ Service o che, invece, AZ Service fornisca i suoi servizi sottocosto, sobbarcandosi passivi ingenti.
Non chiaro appare il ruolo attribuito nel piano a Fintecna, che dovrebbe rilevare una quota rilevante (se non addirittura il 49 per cento) del capitale ordinario di AZ Service (e il 100 per cento del capitale "privilegiato"). Perché dovrebbe farlo? E a quale prezzo per ogni azione? Allo stato degli atti non pare che, per Fintecna, un simile acquisto possa costituire un obiettivo strategico. Qualora Fintecna acquisti le azioni di AZ Service solo perché l'azionista di riferimento di Fintecna stessa (cioè il Tesoro) lo impone, e a un prezzo molto più alto di quello di mercato, l'operazione potrebbe configurarsi come una mascheratura di aiuti di Stato. Che potrebbero configurarsi anche se ad AZ Service venisse attribuita una quota molto grande dei debiti pregressi di Alitalia. Ma qui conviene sospendere il giudizio, in attesa di maggiori informazioni sulla natura dell'operazione e del pronunciamento della Commissione europea.
La segnalazione alla Commissione da parte di otto compagnie europee è un segno inequivocabile dell'interesse con cui la vicenda Alitalia è seguita dai concorrenti. È anche un segnale (positivo) che il grado di collusione nel settore si è ridotto (un atteggiamento simile sarebbe impensabile nel settore ferroviario, per esempio).
D'altra parte, date le regole vigenti, i concorrenti possono sempre sperare che il mancato salvataggio di Alitalia sia seguito dalla cessione dell'azienda per un valore pari a quello degli unici asset realmente interessanti che possiede: gli slot aeroportuali e la "designazione" per le rotte intercontinentali più ricche (cioè soprattutto quelle transatlantiche). (2)
Alitalia non è più da tempo un monopolista in Italia, ma detiene pur sempre il 43 per cento del mercato nazionale (aveva il 66 per cento solo nel 2001) e il 22 per cento circa dei voli tra l'Italia e le altre città europee, ma soprattutto è ancora il duopolista leader sulla rotta Milano-Roma, una delle più ricche del continente.
Chi "ereditasse" Alitalia non sarebbe meno ingombrante della vecchia compagnia di bandiera. D'altra parte, le compagnie denuncianti hanno non a caso fatto riferimento alla presenza di un eccesso di capacità nel mercato del trasporto aereo. Il che significa che la scomparsa di un concorrente potrebbe consentire di ridurre la capacità e alzare i prezzi, con improbabili vantaggi per i consumatori. Purché, naturalmente, il salvataggio di Alitalia non sia esso stesso distorsivo della concorrenza, e che il perdurare di una "compagnia di bandiera" in difficoltà non induca il Governo ad atteggiamenti anticoncorrenziali sia nelle scelte di riassetto interno del comparto sia nei confronti di Bruxelles.
(1) Il valore aggiunto per dipendente è passato da 64mila euro nel 1999 a 47mila nel 2003, a causa di una riduzione del valore aggiunto prodotto e di un aumento dei dipendenti da circa 19100 a oltre 20600.
(2) Gli slot, infatti, non vengono messi all'asta ma sono assegnati in base alla regola dei grandfather rights. Questi diritti hanno dunque un valore di mercato proporzionale ai profitti ottenibili sui voli che possono essere fatti grazie a quegli slot.
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La via del low cost
di Angela Bergantino 11.10.2005
I vettori full service sembrano aggiustare le proprie strategie sul modello low cost. Le compagnie puntano a ridurre i costi per il personale, la manutenzione dei velivoli, i servizi accessori e le forniture. E semplificano il servizio, eliminando la business class, o ricorrendo alla disintermediazione e alle politiche di incentivazione della domanda low fare. L'esempio di Aerlingus dovrebbe essere istruttivo per Alitalia. Dimostra che non è necessario aspettare inerti i tempi lunghi della privatizzazione per varare efficaci piani di rilancio.
Oggi, nel mondo, un volo su otto è gestito da vettori low cost, in Europa uno su cinque.
Low cost, una rivoluzione
Il tradizionale modello low cost, che si afferma negli anni Settanta negli Stati Uniti e negli anni Novanta in Europa, deve il suo successo alla drastica riduzione dei costi (circa il 60 per cento di quelli dei vettori tradizionali full service) ottenuta sfrondando il servizio di tutti gli elementi accessori (no frills), eliminando l’intermediazione nella distribuzione, riducendo gli oneri del personale. Quest’ultimo risultato è ottenuto non solo attraverso il contenimento della dinamica retributiva, ma soprattutto tramite una diversa organizzazione del lavoro (tutto il personale, ad esempio, rientra alla base ogni giorno a fine turno). Dal lato della domanda il servizio low cost ha rivoluzionato il modo di intendere il trasporto aereo. Sono cambiati radicalmente e rapidamente i comportamenti dei consumatori, che considerano oramai il trasporto aereo come un servizio largamente accessibile e competitivo rispetto ad altre modalità. Secondo l’Economist, i vettori low cost hanno modificato la geografia europea rendendo accessibili, in termini di tempo e di costo, aree del continente che prima erano assolutamente periferiche. L’affermazione dei primi vettori low cost ha prodotto anche una maggiore spinta competitiva, sotto la quale sono cadute importanti compagnie full service (tra gli esempi più eclatanti, in Europa, Sabena e Swissair).
La risposta del low fare
Nel segmento low cost, Ryanair e Easyjet fanno la parte del leone, con il 60 per cento del mercato europeo. I due vettori realizzano anche elevati margini operativi (Ryanair il 20 per cento e Easyjet il 7 per cento), mentre il settore, contrariamente a quanto generalmente si crede, è caratterizzato da una redditività modesta e in media di segno negativo (-5 per cento).
Oggi, al modello originario si sono affiancate nuove tipologie: più che low cost, però, andrebbero considerate low fare perché il livello e la struttura dei costi non differiscono sostanzialmente da quelli degli operatori tradizionali. Alcune delle nuove compagnie sono state generate da vettori tradizionali o compagnie charter – si parla di fighting brands – in risposta alla sfida dei primi low cost: Germanwings, Go, Buzz, BmiBaby, Snowflake dalle compagnie tradizionali, Airberlin, Volareweb, e altri dagli operatori charter. In altri casi, invece, si è trattato non di filiazioni, ma di trasformazioni di società preesistenti (re-branding), specie per le compagni regionali o comunque di dimensione più limitata rispetto ai network carriers globali (tra gli altri, Airone, Meridiana).
In entrambi i casi, la struttura dei costi soffre dell’impronta della casa madre.
Queste due tipologie di operatori hanno dato un nuovo assetto al mercato. Offrono un servizio più vicino a quello tradizionale che all’originario low cost, e influenzo così le aspettative del pubblico sul tipo di servizio che si può acquistare a basso costo. L’effetto è dunque quello di aumentare il costo dei rivali. D’altro canto, riescono a offrire servizi di livello elevato a tariffe basse grazie ai sussidi incrociati delle case madri che utilizzano le rendite percepite sui servizi nei quali godono di posizioni dominanti, se non monopolistiche (servizi di lungo raggio, obblighi di servizio pubblico ecc.). Oppure perché dalla compagnia originaria ereditano asset, privilegi e posizioni di rendita (come quelle derivanti dall’assegnazione degli slot sulla base dei grandfather’s rights).
Diverso è il caso dei nuovi operatori sorti indipendentemente da compagnie preesistenti. Non hanno potuto sfruttare, come i loro predecessori di prima generazione, i vantaggi fiscali e di costo del lavoro che sono stati, per esempio, un elemento determinante del successo di Ryanair. D’altra parte, si sono trovati di fronte a un mercato già abbondantemente scremato dai preesistenti low cost e a una ben diversa reazione degli operatori tradizionali. Non stupisce che i fallimenti siano stati numerosi: solo nel primo semestre del 2005, a fronte dell’ingresso di dodici nuovi operatori, si sono registrati, ben otto fallimenti. (1)
La reazione dei tradizionali operatori full service all’ingresso dei low cost non si esaurisce nelle strategie di acquisizione o di difesa del mercato attraverso la creazione di sussidiarie o ai processi di trasformazione. Si accompagna anche a modifiche nella politica dei prezzi e nella composizione dell’offerta che privilegiano le classi di servizio più al riparo dalla concorrenza. Ma anche a strategie per migliorare l’efficienza. Si punta, in primo luogo, alla riduzione dei costi per il personale, per la manutenzione dei velivoli, per i "frills" e alla revisione dei contratti di fornitura. Senza dimenticare altre azioni specifiche: dalle misure di semplificazione del servizio, che, di recente, ha portato, in alcuni casi, alla eliminazione della classe business, alla crescente disintermediazione, che sta ormai coinvolgendo tutti i principali vettori full service, alle politiche di stimolo e di incentivazione della domanda low fare attraverso azioni di marketing aggressivo.
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Il caso Airlingus
I full service sembrano dunque aggiustare le proprie strategie sul modello low cost. Sotto questo profilo, l’esempio di maggior successo in Europa è AirLingus.
Si tratta, di una società che ha abbracciato in pieno la strategia operativa low cost, stravolgendo l’intera organizzazione aziendale. Attraverso interventi drastici è riuscita a portare il margine operativo da un - 4,3 per cento del 2001 a circa il 10 per cento nel 2004, grazie a una ristrutturazione complessiva sia dei costi sia dell’offerta. La compagnia ha ridotto la forza lavoro del 33 per cento (del 60 per cento nel management), passando da 6mila a 4mila dipendenti in due anni, destinati a diventare 2.650 nel 2007. Ha eliminato la business class sulle rotte a breve e medio raggio, ha introdotto una serie di innovazioni nella struttura tariffaria (tariffe di sola andata, maggiore flessibilità, e così via), ha avviato una politica di standardizzazione della flotta (solo Airbus) che dovrebbe essere completata alla fine di quest’anno. Infine, attraverso una intensa promozione del sito web, è riuscita a convogliare oltre il 60 per cento delle prenotazioni su Internet. AirLingus, secondo l’Association of European Airlines, è diventato il terzo operatore low cost in Europa. Il tutto nonostante la compagnia sia posseduta per oltre il 95 per cento dallo Stato.
Non si è dunque in questo caso rimasti inerti attendendo i tempi lunghi della privatizzazione per varare efficaci strategie di rilancio. È materiale di riflessione per il caso italiano: si è parlato della possibilità di una "nuova Alitalia", con costi di gestione vicini a quelli dei low cost, ma con la possibilità di praticare tariffe più alte in virtù degli ottimi slot. (2)
(1) Eurocontrol, 2005, The evolution of low-cost carriers' market share, Statfor - Doc119v2, Brussels.
(2) Andrea Boitani, "Una cura leggera", Il Sole 24Ore, 15 maggio 2004
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Il commercio di aeroporti
di Marco Ponti 11.10.2005
Un decreto legge accoglie le ripetute richieste di Alitalia di intervento dello Stato per ridurre i costi aeroportuali e del controllo del traffico aereo, i cosiddetti "requisiti di sistema". Non si hanno ancora stime precise degli effetti sui conti dei gestori aeroportuali e di Enav. Anche il comune di Milano dovrà rifare i conti sul valore della sua quota della privatizzando Sea. Potrebbe essere l'occasione per ripensare alla contraddizione tra tutela delle rendite monopolistiche come concessionari e difesa degli interessi degli utenti-cittadini.
La Sea, la società del comune di Milano concessionaria degli aeroporti di Malpensa, Linate e che possiede una quota del gestore di Orio al Serio, è finalmente in vendita (per il 33 per cento). L’ultima controversa valutazione ufficiale stima il valore di questa quota in circa 600 milioni di euro. Ma operazioni finanziarie di rilievo hanno anche riguardato Aeroporti di Roma, mentre quasi tutte le concessioni aeroportuali sono ormai state estese per quarant’anni, senza gare, nonostante il reiterato parere contrario dell’Antitrust. È stata anche approvata da poco una norma che prevede l’affidamento in gara alla scadenza dei quaranta anni di concessione. Curioso: se la competizione è giudicata implicitamente "cosa buona" dal legislatore, perché rimandarla a tempi remotissimi?
La situazione assomiglia sempre più a quella delle concessioni autostradali: nessuna competizione e alta redditività per i monopoli, con poco convinto rammarico generale sul peso delle rendite dei settori protetti dell’economia, e sul conseguente spostamento di risorse private dal rischio imprenditoriale a impieghi più sicuri e oggetto di intenso negoziato politico.
La redditività in aeroporto
La redditività degli aeroporti dipende criticamente dalle tariffe che le società di gestione praticano ai vettori aerei, e, in funzione dei vettori serviti, dal traffico passeggeri, grazie a servizi quali parcheggi, ristorazione, e attività commerciali varie.
Le tariffe "lato aria", cioè per i vettori aerei, sono regolate dal ministero dei Trasporti. Una regolazione necessaria, dal momento che la possibilità per i vettori di scegliere gli aeroporti è limitatissima (solo in Lombardia vi sono numerosi aeroporti a ragionevole distanza l’uno dall’altro) e alcuni sono obbligati a operare in un aeroporto da pressioni politiche di vario genere (come per il trasferimento di molti voli intercontinentali di Alitalia da Roma Fiumicino a Milano Malpensa).
Purtroppo, l’attuale assetto della regolazione fa sì che le tariffe non incentivano l’efficienza, anzi. La Sea, per esempio, dichiarò pubblicamente che con i propri profitti era in grado di costruire la nuova Malpensa senza sussidi, né prestiti della Banca europea degli investimenti, cui era ricorsa solo "in quanto erano disponibili". Il Cipe, attraverso il suo organo di consulenza per la regolazione (Nars), determinò qualche anno fa un dispositivo di price cap sulle tariffe per le compagnie aeree. L’applicazione di un price cap richiede una contabilità industriale, per la quale il Nars tracciò le linee guida. Ma il Nars non è un’autorità indipendente e non ha poteri sanzionatori. I concessionari si limitarono dunque a non fornire alcun dato che rendesse applicabili le nuove tariffe (che avrebbero infatti dovuto scendere sensibilmente negli aeroporti maggiori, a beneficio dei vettori aerei, e infine dei passeggeri). E si noti che il modello di price cap proposto era tra i più favorevoli ai concessionari: regolava solo una quota dei ricavi (quelli "lato aria"), mentre in altri paesi le rendite dei concessionari vengono regolate includendovi anche quelle "lato terra".
Le conseguenze di un price cap
Rendite e inefficienze incidono drammaticamente sul settore aereo, e Alitalia ha chiesto ripetutamente interventi dello Stato per i cosiddetti "requisiti di sistema", cioè interventi per ridurre i costi aeroportuali e del controllo del traffico aereo effettuato da Enav.
I nodi di una regolazione mancata, o almeno molto carente, vengono al pettine nel peggiore dei modi, mentre il cappio si stringe intorno alla gola della (stremata) compagnia aerea di bandiera. Così, il 5 ottobre il Governo ha approvato un decreto legge, col quale vengono ridotti i corrispettivi che i vettori pagano all’Enav, applicando – recita il comunicato stampa del Consiglio dei ministri – un sistema di determinazione degli stessi in linea con le più recenti prassi per l’offerta dei servizi pubblici". Sarà un price cap? Difficile rispondere prima di aver letto il testo del decreto.
Il comunicato parla anche di diritti aeroportuali calcolati in base a criteri stabiliti dal Cipe "che tengano conto, tra l’altro, dell’inflazione programmata e degli obiettivi di recupero di produttività assegnati ai gestori". Sembra proprio un price cap. Inoltre, viene eliminata la consuetudine (davvero bizzarra) dell’applicazione di royalty sui carburanti ai vettori aerei da parte di gestori aeroportuali e si impone la ripartizione dei costi della sicurezza tra gestori aeroportuali e vettori. Infine, lo Stato riduce del 75 per cento il canone di concessione pagato dai gestori, imponendo che i minori costi si traducano in minori diritti aeroportuali corrisposti dai vettori, e trasferisce a Enav la quota percepita dallo Stato sull’addizionale dei diritti d’imbarco, anche in questo caso con obbligo di trasferire i minori costi in minori tariffe per i vettori.
Gli effetti di questo decreto sui conti dei gestori aeroportuali e di Enav non sono ancora stati stimati in modo attendibile. La milanese Sea ha già lamentato un impatto "devastante" sulle sue capacità di investimento. Ma, soprattutto, è l’assessore al bilancio del comune di Milano che dovrà rifare i conti sul valore della sua quota privatizzanda. Chissà che non sia l’occasione per ripensare alla contraddizione esistente tra il tutelare le proprie rendite monopolistiche come concessionari e difendere gli interessi degli utenti, in gran parte propri cittadini, comprimendo nello stesso tempo, attraverso costi eccessivi o rendite improprie, lo sviluppo dei servizi aerei, frequentemente essenziali per la competitività dei territori interessati.
Resta da dire che una regolazione incentivante appropriata non si improvvisa, di norma, con un decreto legge emanato in condizioni di emergenza. E che la salvezza di Alitalia non passa certo soltanto per i requisiti di sistema, nella perdurante assenza di un disegno strategico condiviso.
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Alitalia, una sopravvivenza politicamente garantita
di Marco Ponti e Giorgio Ragazzi 18.11.2005
La "privatizzazione" di Alitalia via aumento di capitale è un'operazione molto costosa per lo Stato. Ma tutta l'annosa vicenda è emblematica dei tarli che indeboliscono l'economia italiana. La débacle della compagnia non è dovuta a carenze tecnologiche né a insufficienza di capitali, ma a protezioni clientelari, a una sindacalizzazione corporativa, a scelte d'investimento sbagliate. Il danno per il paese è stato enorme. Non solo per le risorse bruciate, ma anche per la perdita di posti di lavoro qualificati e per i costi imposti al turismo dai prezzi del servizio.
L’aumento di capitale dell’Alitalia viene chiamato "privatizzazione". Ma il termine non è ovviamente appropriato: dopo questa operazione, un socio, lo Stato, avrà il 49 per cento, mentre il resto sarà sul mercato. Chi continuerà a comandare? Cambierà forse in alcun modo la logica di scambio tra sfera politica, manager e sindacati (molto frazionati e "sponsorizzati"), che è una delle cause all’origine del disastro Alitalia?
L’aumento di capitale
L’operazione in corso è un ennesimo intervento dello Stato per salvare la compagnia, ed è stata organizzata in modo da massimizzare l’esborso dello Stato, con l’unico vincolo di scendere appena sotto il 50 per cento, per soddisfare la condizione imposta dalla Commissione.
Ai soci vengono offerte nuove azioni, in rapporto di tredici ogni due vecchie, al prezzo di 0,8 euro. All’inizio di novembre, prima dello stacco del diritto, l’azione quotava 6,4 euro e la società capitalizzava circa 840 milioni. In teoria, dunque, la quota dello Stato (62,3 per cento) valeva oltre 500 milioni. La decisione di emettere le nuove azioni a un prezzo molto basso facilita il collocamento e riduce i rischi del consorzio di garanzia. Ma accresce potenzialmente la perdita dello Stato, che dovrà vendere diritti per 162,5 milioni di azioni (su 1,2 miliardi di nuove azioni emesse). Lo Stato verserà 489 milioni per scendere al 49 per cento, mentre il mercato, con i 517 milioni garantiti dalle banche, salirà al 51 per cento. In pratica, è come se il valore della partecipazione dello Stato prima dell’aumento fosse stato quasi azzerato, salvo per quanto potrà essere ricavato dalla cessione dei diritti.
Lo Stato ha poi sborsato altri 92 milioni per l’aumento di capitale di "AZ servizi", sottoscritto da Fintecna. Poiché "AZ servizi" è in sostanza una società "captive" che genera perdite, la prospettiva di collocare successivamente questa quota sul mercato sembra remota, e invero lascia perplessi il fatto che Bruxelles consenta quest’ulteriore "aiuto di Stato" senza obiettare.
Vi sono poi i costi per gli esuberi e per il decreto legge sui "requisiti di sistema", contestato dai concessionari aeroportuali e i cui benefici netti per Alitalia sono incerti.
La questione della liberalizzazione
L’Alitalia ha debiti netti per circa 1,7 miliardi; il rapporto debiti/mezzi propri non lascerà quindi molti spazi di manovra, neanche dopo la ricapitalizzazione, tanto più considerata l’urgente necessità di rinnovare la flotta che ha un’età media di più di dieci anni, con conseguenti costi di manutenzione e consumi elevati.
Con l’aumento di capitale, il problema Alitalia viene rinviato a dopo le elezioni. Ma sono in molti a dubitare che la società, con le sue incrostazioni di privilegi e inefficienze, possa ritrovare un suo equilibrio senza finire come Swissair o Sabena. È sintomatico che i dipendenti annuncino nuovi scioperi anche con l’aumento di capitale in corso.
Purtroppo, seppure l’operazione impedisse in qualche modo il fallimento di Alitalia, il persistere di una compagnia "di bandiera", con un controllo ancora essenzialmente pubblico e una situazione finanziaria pesantissima, implicherebbe ulteriori danni per gli utenti, sotto forma di freni politici alla liberalizzazione.
Non bisogna dimenticare infatti che il settore è molto meno liberalizzato di quanto si voglia far credere: non lo sono i servizi intercontinentali, sui quali, guarda caso, Alitalia sembra puntare. E non lo è l’allocazione della capacità aeroportuale: gli "slot" più redditizi, cioè il diritto di operare tra due aeroporti importanti nelle ore più utilizzate, sono appannaggio gratuito ed eterno delle compagnie che già li detengono ("granfather’s rights"), in gran parte le compagnie di bandiera.
Sui servizi intercontinentali sta per aprirsi a Washington il secondo tentativo di negoziare una graduale liberalizzazione tra Usa e Unione Europea. Se prevarranno una volta di più gli interessi delle compagnie di bandiera, non cambierà molto. Ma se sarà liberalizzazione vera, gli utenti ne avranno grandi benefici, e la posizione di Alitalia sarà giocoforza destinata a diventare ancora più precaria. Se nelle rotte di lungo raggio, infatti, la compagnia sembra aver recuperato almeno parte del traffico perduto nel periodo successivo agli attentati dell’11 settembre 2001, è su quelle nazionali e di medio raggio (cioè continentali) che continua a perdere. Non a caso, sono le rotte dove la pressione della concorrenza si è fatta sentire maggiormente: a partire dal 1993, su quelle continentali, da qualche anno sulle rotte nazionali. (1)
La vicenda dell’Alitalia è emblematica dei "tarli" che erodono e indeboliscono l’economia italiana.
Rispetto alle altre compagnie europee, molte delle quali in utile e con volumi di traffico multipli, la débacle non è dovuta a carenze tecnologiche né a insufficienza di capitali, ma piuttosto a protezioni clientelari, a una sindacalizzazione frazionata e corporativa, a scelte "improprie" negli investimenti, anche questi spesso sponsorizzati politicamente. Il danno per il paese è stato enorme, non solo per le risorse dello Stato bruciate nelle "ricapitalizzazioni" della compagnia, ma anche per la perdita di posti di lavoro qualificati e per i costi imposti all’economia e al turismo dai prezzi del servizio. Un vero campione nazionale, purtroppo in negativo.
Stupisce quindi che sindacati e alcuni politici critichino violentemente le condizioni di favore praticate a compagnie low cost, come nel caso dell’aeroporto di Alghero verso Ryanair.
Grazie al basso costo dei biglietti aerei si sono sviluppati enormi flussi di turismo dall’estero, che si sarebbero altrimenti diretti altrove. Per continuare a tutelare poche migliaia di dipendenti Alitalia, in generale molto ben pagati in relazione al loro carico di lavoro, vogliamo penalizzare le linee aeree low cost e con loro il nostro settore turistico, e le imprese più dinamiche, che trovano oggi nei voli a basso costo "point to point" una economia rilevante?
(1) Le quote di mercato di Alitalia, nel 2003 erano pari al 47 per cento sulle rotte nazionali, al 30 per cento su quelle intercontinentali e solo al 19 per cento su quelle infra-europee. Si veda Arrigo U., "Alitalia e il mercato europeo del trasporto aereo", Mercato concorrenza regole, n. 2, 2005, pp. 297-329.
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Alitalia: il piano è attuato o no?
di Andrea Boitani e Riccardo Gallo 16.10.2006
Se si raffronta il consuntivo del primo semestre 2006 con il piano che fu alla base della ricapitalizzazione di Alitalia, si vede che la sua attuazione ha un ritardo di sei-nove mesi. Ovvero, in un anno non si è fatto poco o nulla. L'errore è stato varare una ricapitalizzazione piena, basata su un piano di risanamento inevitabilmente rigido, di attuazione improbabile, nell’imminenza di elezioni politiche. Né si sono cercate alleanze strategiche. Intanto, la compagnia di bandiera sembra voler enfatizzare molto di più le responsabilità altrui che le proprie.
Quando sono in crisi strategica e gestionale, le imprese cambiano i vertici con una frequenza molto alta. (1) Ogni nuovo arrivato fa un piano di ristrutturazione e risanamento; su questa base strappa in qualche modo il consenso del sindacato, ottiene fiducia dai soci e dai creditori, poi li delude, viene esonerato e il suo successore ricomincia daccapo, finché l’impresa (normalmente) fallisce. Mai nessuno controlla l’attuazione del piano, né approfondisce le ragioni che portano i risultati parziali a deviare da quelli programmati e non ne imputa le responsabilità a chi (management, Stato, banche, sindacato) non ha mantenuto gli impegni assunti. È questo, appunto, il caso dell’Alitalia.
Tra il dire e il fare…
Per questa ragione è utile raffrontare il consuntivo del primo semestre 2006 – l’ultimo disponibile – con il piano ufficialmente approvato, quello cioè che convinse gli investitori a ricapitalizzare la compagnia un anno fa. Si trattava di un piano molto rigido, senza margini di elasticità, quindi difficile da attuare fedelmente. Nella tabella 1 sono riportati i principali dati di costo e di attività di trasporto, per ciascun anno dal 2001 al 2008, consuntivi o programmati. (2) Si tratta di dati tutti pubblici, tratti direttamente (o elaborati a partire) dal sito Alitalia www.alitalia.it o dai bilanci pubblicati su quello Mediobanca www.mbres.it. Un’attenta lettura della tabella consente di svolgere le seguenti considerazioni:
a. nel 2002 e nel 2003 il grado di riempimento dei voli, in corrispondenza al quale ci sarebbe stato l’equilibrio economico della gestione industriale (Belf, break-even load factor), ha superato anche di molto il 100 per cento. Ciò vuol dire che, neanche riempendo sempre al massimo tutti i voli, l’Alitalia avrebbe potuto raggiungere una condizione di equilibrio;
b. il grado di riempimento effettivamente conseguito (Clf, current load factor) non è mai sceso granché sotto il 70 per cento, che tutto sommato è una percentuale buona e non troppo diversa da quella delle altre compagnie europee, che pure stanno meglio dell’Alitalia; (3)
c. per eliminare le perdite bisognava azzerare la distanza tra Belf e Clf, ma abbassando il punto di break-even e non sperando in un grado di riempimento dei voli troppo alto e improbabile. Per abbassare il Belf, bisognava da un lato rendere variabili i costi fissi, per ridurne l’incidenza sui costi totali, dall’altro ampliare il margine di contribuzione, cioè la differenza tra ricavo netto unitario (Yeld) e costo variabile unitario;
d. infatti, per conseguire il primo dei due obiettivi, il piano del 2005 prevedeva una riorganizzazione societaria e aziendale e una forte riduzione dell’organico. Conseguire il secondo, invece, era molto più difficile sia perché la concorrenza crescente, anche per via delle compagnie low cost, rendeva arduo aumentare le tariffe in misura apprezzabile, sia perché il costo dei consumi (variabile) tendeva ad aumentare, sopratutto per l’avversa congiuntura del prezzo del greggio;
e. alla fine del primo semestre del 2006 il Belf (82,8 per cento) era sceso sì ben al di sotto del 100 per cento, ma non solo restando molto sopra all’obiettivo di piano (54,7 per cento a fine 2006) quanto addirittura in risalita rispetto al buon consuntivo di fine 2005 (77,6 per cento);
f. la struttura dei costi (24 per cento quelli fissi, 76 per cento quelli variabili) era a fine giugno 2006 identica all’obiettivo che il piano aveva fissato per il 2005. Dunque, da questo punto di vista c’era un ritardo di sei mesi;
g. il margine di contribuzione, pari a 19 punti percentuali (0,89 di yeld meno 0,70 di costo variabile unitario) era molto più vicino all’obiettivo di piano per il 2005 (0,18) che a quello per il 2006 (0,22), in conseguenza di un aumento dello yeld vanificato dall’aumento del costo variabile;
h. il ricavo netto unitario, dunque, era superiore al costo variabile. Ciò dimostra che l’amministratore delegato Cimoli si è proprio sbagliato quando ha detto che l’Alitalia si trova in una condizione che più vola, più perde; (4)
i. il grado di riempimento (Clf) nei primi sei mesi del 2006 (69,6 per cento) era superiore a quello di piano (67,2 per cento), ma per la semplice ragione che gli investimenti sono rallentati e la capacità di trasporto (3.613 milioni di TKT, identica a quella di fine 2005) è inferiore a quella programmata;
j. il taglio dell’organico di gruppo per la riorganizzazione societaria e aziendale è stato profondo, ma a causa sia del rallentamento complessivo nell’attuazione del piano, sia dell’aumento del prezzo del carburante, risulta non ancora sufficiente. Ciò vuol dire che non solo si sarebbe dovuto tagliare di più, ma soprattutto che si sono perse battute dal lato dello sviluppo. Vuol dire anche che, continuando così, diviene inevitabile ridurre ancora l’organico;
k. i problemi dell’Alitalia nascono non già dalle questioni patrimoniali e finanziarie, tant’è vero che non c’è ricapitalizzazione e rimborso di debiti che bastino, bensì dalla struttura dei costi, da una dimensione aziendale insufficiente e dallle mancate scelte di posizionamento strategico sul mercato.
L’analisi dimostra che l’attuazione del piano ha un ritardo stimabile tra sei e nove mesi. Il ritardo non sarebbe di per sé grave se non fosse solo di poco inferiore al tempo trascorso dal varo del piano stesso. In altri termini, dopo la sciagurata ricapitalizzazione si è combinato poco o nulla.
Il risultato operativo consolidato del primo semestre del 2006 è stato fortemente negativo (132 milioni di euro). L’errore è stato varare l’anno scorso una ricapitalizzazione piena, basata su un piano di risanamento inevitabilmente rigido, di attuazione improbabile, soprattutto nell’imminenza di elezioni politiche, quando la gestione della cosa pubblica è sottoposta a pressioni clientelari da ogni parte. È molto strano che banche e investitori privati, ma anche organismi istituzionali italiani, non l’abbiano capito. Eppure a noi risulta che qualcuno l’abbia dichiarato formalmente in sedi ufficiali. Un secondo errore è stato ritenere sufficienti per l’Alitalia alleanze puramente commerciali con partner europei e non invece alleanze strategiche di natura proprietaria con altri partner.
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La colpa è sempre "degli altri"
Fin qui l’analisi. In un simile quadro è francamente molto deludente la documentazione fornita da Alitalia in vista dell’audizione parlamentare dell’amministratore delegato e inappropriatamente intitolata "Il trasporto aereo in Italia". Dalla lettura del documento si ricava la sensazione di un atteggiamento vittimista del maggiore operatore aereo italiano: sembra che tutti abbiano preso Alitalia in "gran dispitto". Gli aeroporti che praticano sconti ai concorrenti della compagnia di bandiera (5); l’Enav che anche lui "discrimina il network carrier (cioè la stessa Alitalia n.d.r.) nell’operativo e nell’incasso delle tariffe, a vantaggio degli operatori marginali; l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che si accanisce contro le "innocue" acquisizioni di Alitalia (leggi il caso Volare.web); l’Enac che è un ente regolatore inefficace; i sindacati che pretendono da Alitalia molto di più di quanto pretendano dagli altri operatori; le compagnie low cost che, udite udite, si permettono di fare concorrenza.
Ma ciò che più stupisce del documento è che alle "eredità specifiche dell’operatore principale" (cioè sempre Alitalia) vengono dedicate due snelle paginette in fondo al documento, che non fanno alcun riferimento a quanto ricavabile dai dati Alitalia e che abbiamo proposto qui sopra. Molti elementi dell’autodiagnosi sono condivisibili e, peraltro, da tempo indicati su questo sito. Ma dal peso relativo dato alle varie questioni nel documento sembra che Alitalia voglia enfatizzare molto di più le responsabilità altrui che le sue. E questo è grave. Altrettanto grave è che non si indichino con la necessaria chiarezza le responsabilità della politica, che continua a discutere sulla questione dei due hub, come se questa non fosse una decisione di stretta pertinenza aziendale.
Infine, lascia perplessi che la compagnia si limiti a constatare sconsolatamente che il mercato italiano è diverso e più debole di quello francese o tedesco (meno passeggeri business e meno traffico generato dall’interno del paese che dall’esterno, popolazione meno concentrata nei bacini di traffico principali) senza lasciar intendere che proprio questa differenza richiede un diverso posizionamento strategico degli operatori italiani rispetto a quelli francesi o tedeschi. È proprio impossibile per la compagnia di bandiera pensare che forse, oggigiorno, all’Italia non serve un network carrier che non ce la fa ad essere tale, ma una o più compagnie efficienti e che facciano il servizio che realmente serve ai passeggeri italiani ed esteri?
(1) Cfr. Bellei R., Gallo R., Maviglia R. (2005) "Progetto per un monitoraggio delle crisi di impresa", Banca Impresa Società, n° 2.
(2) Questi ultimi sono contrassegnati in colonna da "plan" dopo l’anno.
(3) Lufthansa 73,3 per cento, Air France 66,1 per cento.
(4) Ciò si verifica se lo yeld è inferiore al costo variabile unitario.
(5) Ma si tace la circostanza che, a parità di velivoli, i costi aeroportuali medi sono ben inferiori in Italia rispetto agli altri paesi europei e che, essendo l’Alitalia il maggiore utilizzatore degli aeroporti italiani, l’Alitalia è favorita rispetto ai concorrenti esteri che devono sostenere, in media, costi aeroportuali più elevati. Inoltre, il documento tace sulle disposizioni relative ai cosiddetti "requisiti di sistema" (L. 248/05), pensate proprio per favorire Alitalia.
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Tabella_1 | | Evoluzione della sruttura economica dell'Alitalia |
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La privatizzazione di Alitalia
di Alfredo Macchiati 04.12.2006
La decisione del governo di ricorrere a un "processo trasparente e non discriminatorio" per l'ingresso in Alitalia di "nuovi soggetti industriali e finanziari" rappresenta un primo e positivo passo sulla strada del risanamento. Vari elementi spingono a richiedere che l'azionista pubblico resti in un ruolo importante. Ma la necessità di offrire al nuovo socio qualche altra garanzia potrebbe impedire di incidere su uno dei fattori strutturali di debolezza: il posizionamento sui mercati internazionali. I problemi di un'eventuale autorizzazione alla concentrazione
La decisione del governo di ricorrere a un "processo trasparente e non discriminatorio" per l’ingresso in Alitalia di "nuovi soggetti industriali e finanziari" rappresenta un primo passo, assolutamente positivo, sulla strada del risanamento. Passo positivo anche perché "rompe" la strategia di alcuni vettori esteri che aspettavano ulteriori peggioramenti della situazione di Alitalia per poi negoziare il "salvataggio" da posizioni di maggior forza.
Ma solo di primo passo si tratta. E il raggiungimento dell’obiettivo finale - che poi dovrebbe essere un aumento del benessere dei consumatori - mantiene tutta la sua difficoltà.
Perché è in crisi
Parto dalla diagnosi, peraltro non nuova, che la grave crisi di Alitalia sia da ricondurre da un lato alla proprietà pubblica, e quindi all’intrusione della politica, e dall’altro a un tendenziale indebolimento della posizione di mercato. (1)
Produttività e costo del lavoro - quest’ultimo nel 2004 in linea con la media europea dei vettori tradizionali, anche se superiore a quello di Lufthansa e Iberia e "naturalmente" di British - sono variabili rilevanti, ma non è lì la causa del dissesto.
I problemi fino a oggi causati dalla struttura dell’azionariato (nessuna grande compagnia europea mantiene una presenza pubblica così elevata), e a cui il governo vuole porre rimedio con la decisione di venerdì, sono noti: un elevato turn over di amministratori delegati che ha sottoposto l’azienda a troppe discontinuità strategiche; l’imposizione della scelta organizzativa, costosa e inefficiente, dei due "semi hub," Fiumicino e Malpensa che ha aumentato, municipalizzandola, "la posta politica" sulle sorti dell’azienda; la gestione delle relazioni industriali e dei piani di ristrutturazione nelle "cabine di regia" governative; una efficienza operativa che secondo i vari confronti disponibili collocano Alitalia tra le peggiori della classe, secondo la tipica sindrome di soft budget constraint.
Il ruolo dello Stato
Si vedrà se e come questo quadro si potrà modificare con una privatizzazione parziale, che appare come l’esito più probabile del processo avviato. Vari fattori spingono a rendere necessaria la permanenza dello Stato tra i soci "di riferimento". Non è soltanto il modo per non dover sottostare all’obbligo di lanciare un’offerta pubblica di acquisto, anche perché la normativa in materia lascerebbe qualche pur minimo spazio per evitarla. C’è anche il fatto che entrare nel settore delle aerolinee con un investimento di capitale in una compagnia full cost carrier non è "normalmente" un grandissimo affare. (2) Vi sono poi altri vari fattori specifici che aumentano il rischio dell’investimento in Alitalia: un quadro regolatorio, soprattutto nei rapporti tra compagnie aeree e gestori aeroportuali, che una volta ridefinito (e qui sarà decisivo l’intervento che il governo ha annunciato) andrà anche implementato attraverso istituzioni adeguate (tutte da costruire) nonché il peso e la gestione dei "profili di interesse generale" indicato come criterio di selezione nel beauty contest che si aprirà nei prossimi mesi.
L’insieme di questi elementi spingono a richiedere che l’azionista pubblico resti in un ruolo importante. In tal modo si può sperare che si mantenga elevato il commitment dello Stato nella soluzione di problemi che in gran parte hanno una dimensione politica. Ma potrebbe non essere sufficiente e allora si dovrà offrire al nuovo socio in "garanzia" qualche forma di protezione.
E così si arriva all’ipotesi, a cui si guarda da più parti con una benevola propensione, dell’ingresso di Air One: questo avrebbe il vantaggio per l’acquirente di "blindare" il mercato nazionale, eliminando quella pur debole forma di concorrenza che la presenza di Air One come operatore indipendente ha fino ad oggi prodotto. Ma, senza voler scomodare il mito del mercato concorrenziale e il benessere dei consumatori, una simile soluzione lascerebbe del tutto irrisolto l’altro fattore strutturale di debolezza: il posizionamento sui mercati internazionali. Posizionamento che riflette il tentativo, perseguito da qualche anno, di aumentare la utilizzazione della capacità disponibile e di ridurre le perdite e che ha portato Alitalia a concentrarsi sulle tratte europee e nazionali, particolarmente esposte alla concorrenza, mentre la presenza sui voli intercontinentali è del tutto trascurabile. Fattore di debolezza che non appare facile invertire, senza un accordo di tipo equity con un grande vettore internazionale. Per operare, con livelli di profittabilità adeguata, in mercati abbandonati o mai aggrediti, non sarà infatti sufficiente stabilire nuovi collegamenti.
Infine, una parola sui profili concorrenziali: l’autorizzazione alla concentrazione sarebbe spina dolente per l’Autorità antitrust a meno di non ricorrere al temuto e mai utilizzato articolo 25 della legge 287 che prevede appunto la possibilità per il garante di eccezionalmente autorizzare operazioni altrimenti vietate, per rilevanti interessi generali dell’economia nazionale sulla base di criteri predeterminati preventivamente e in via generale dal governo. A quel punto però sarebbe più difficile resistere ad altre proposte di fusione tra gli operatori dominanti, in nome della creazione di nuovi "campioni nazionali", la cui retorica è sempre incombente.
(1) Nessun grande paese europeo ha una compagnia aerea con il bilancio così mal ridotto: nel 2005 solo la Swiss e la Austrian Airlines sono andate peggio di Alitalia tra le compagnie europee.
(2) Chi avesse investito nel gennaio del 1990 in un indice mondiale dei vettori tradizionali avrebbe ottenuto, fino alla fine del 2004, in media il 7,2 per cento di rendimento nominale annuo – uno dei rendimenti settoriali peggiori - contro il 21,0 per cento del rendimento di un investimento in una low cost. Vedi R. Barontini, "La performance del settore aereo dai dati borsa", in A. Macchiati e D. Piacentino, Mercato e politiche pubbliche nell’industria del trasporto aereo, Bologna 2006
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Dove vola l'Alitalia
di Andrea Boitani e Carlo Scarpa 12.12.2006
La decisione del governo di cedere il 30,1 per cento del capitale di Alitalia mette fine alle infinite chiacchiere sulla crisi della compagnia di bandiera e sulle mille ricette per uscirne. Anche se elimina dal novero dei potenziali acquirenti i soggetti non comunitari. I dubbi però restano e riguardano i paletti imposti al compratore: dal falso problema della copertura territoriale al rischio che la cessione avvenga a spese dei consumatori. Soprattutto, lascia perplessi il destino di quel 20 per cento dell'impresa che sembra rimarrà in mano pubblica.
La decisione del governo di cedere il 30,1 per cento del capitale di Alitalia (ne possiede il 49 per cento) ha almeno il pregio di mettere fine alle infinite chiacchiere sulla crisi della compagnia di bandiera e sulle mille ricette per uscirne. Ciascuna delle quali condizionata da interessi particolari, di categoria o territoriali, ma quasi nessuna veramente finalizzata ad avere una compagnia in grado di svolgere un servizio che incontri sul serio le preferenze dei suoi clienti. Almeno di quelli che pagano il biglietto.
Prima cosa da chiarire è però che questo elimina dal novero dei potenziali acquirenti i soggetti non comunitari. In base alle vigenti norme europee e internazionali, infatti, se oltre il 50 per cento della compagnia finisse nelle mani di un soggetto extra Unione, la compagnia non potrebbe più avere accesso al "cielo unico europeo" (quindi poter operare qualsiasi rotta tra due aeroporti comunitari) ed essere designata a esercitare le rotte intercontinentali. Insomma, l’Alitalia non potrà passare sotto il controllo di compagnie asiatiche o degli Emirati Arabi – come qualcuno aveva caldeggiato nei mesi scorsi – perché in questo modo, di fatto, perderebbe il diritto di esistere e operare come fa oggi. Dubbi ne restano molti. Perché, al di là della decisione di vendere, resta il problema di "cosa" vendere e con quali obiettivi strategici. La via peggiore sarebbe quella di costruire un bando generico, con criteri di selezione non specificati, con la conseguente completa discrezionalità della scelta del vincitore, magari sulla base di scambi non trasparenti su altri tavoli. Ma anche la via dei "paletti" - ovvero delle restrizioni poste all’acquirente, che molti esponenti politici si sono affrettati a elencare – non è priva di insidie.
I paletti
Una delle preoccupazioni che spesso emergono nel dibattito riguarda la copertura territoriale del servizio, anche in quelle tratte che oggi non sembrano remunerative. Premettiamo, per fare chiarezza, che ci pare evidente che un paese come l’Italia non possa permettersi di non avere collegamenti diffusi via aria (soprattutto data la situazione dei trasporti via terra…). Ma questo sembra in realtà un falso problema.
Da un lato, si è spesso visto come tratte apparentemente non remunerative possano divenire del tutto redditizie. Molto dipende da come vengono operate, dai costi di chi le opera e dalla capacità di attrarre clienti con un servizio ben studiato e prezzi bassi.
Dall’altro, il tema della copertura del territorio è stato affrontato remunerando Alitalia o altre compagnie per gli "oneri di servizio pubblico". E anche questo è discutibile. Come ha notato recentemente l’Antitrust (1), con riferimento ai servizi da e per la Sardegna, l’imposizione del regime di servizio pubblico ha di fatto precluso l’isola alle compagnie low cost, che pure sarebbero in grado di garantire tariffe addirittura inferiori a quelle "agevolate". Inoltre, il regime di servizio pubblico favorisce il coordinamento tra vettori concorrenti, per spartirsi le rotte "onerate" ed evitare riduzioni di prezzo concorrenziali.
La convenienza del regime di servizio pubblico come strumento anti-concorrenziale appare confermato dal fatto che Air One, Alitalia e Meridiana abbiano accettato (il 2 maggio 2006) di operare le rotte da e per la Sardegna che già avevano in precedenza, ma adesso rinunciando a qualsiasi compensazione da parte dello Stato.
Dunque, il problema della continuità territoriale si può risolvere in diversi modi, ma certo non chiedendo un favore a qualcuno. Anche in prospettiva, ci sembra che il tema chiave non sia avere un imprenditore "amico" che ci fa la cortesia di gestire voli in perdita, ma di avere un quadro di regole certe e di mercato il più possibile aperto, con oneri di servizio pubblico espliciti e posti solo quando strettamente indispensabile. Non è certo l’italianità che può fare differenza.
Anche il paletto relativo ai lavoratori suscita qualche perplessità. È noto, infatti, che Alitalia ha un costo per unità di prodotto elevato, non tanto perché abbia remunerazioni più elevate di altre compagnie comparabili, ma perché la produttività è scarsa e perché la gestione operativa del personale è onerosa. Anche dopo la separazione di "Alitalia servizi", inoltre rimangono probabilmente degli esuberi. Vincolare il futuro acquirente gli attuali livelli occupazionali e agli attuali contratti di lavoro sarebbe un pessimo segnale, oltre che un modo per far scendere il prezzo di vendita, se non per far andare deserta l’asta.
Altro paletto poco raccomandabile è l’obbligo dei "due hub" (Malpensa e Fiumicino). Non ci stancheremo di ripetere che quello dell’hub (o degli hub) è un problema strategico della compagnia; non può essere una scelta obbligante compiuta dallo Stato che vuole vendere la sua quota (peraltro minoritaria), sotto dettatura bipartisan dei sindaci di Milano e Roma e dei governatori di Lazio e Lombardia. Anche perché non è chiaro quale sia l’impatto degli hub (uno o due) sul benessere della collettività nazionale. La letteratura economica in materia è assai più dubbiosa di quanto non siano sindaci e governatori che gli hub siano una benedizione per i cittadini consumatori.
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I consumatori
Uno dei paletti dei quali nessuno parla (ma che speriamo venga posto con serietà) è che la cessione di Alitalia non avvenga a spese dei consumatori. È infatti probabile che l’acquirente di Alitalia possa essere un’altra compagnia aerea, e in particolare una delle soluzioni che sono state ventilate è la fusione con AirOne, l’unico concorrente serio oggi sui principali voli interni. Alla faccia dei consumatori.
Quale reazione potrebbe avere l’Autorità antitrust di fronte a questa possibilità? Una risposta seria non potrebbe che dire: ok, ma dovete cedere una parte significativa dei diritti di decollo e atterraggio (gli slot) sulla Roma – Milano, ove il volume di affari è tale da consentire concorrenza, e dove la fusione potrebbe danneggiare gravemente i consumatori. (2) E ciò, in particolare, perché gli slot sull’aeroporto di Linate sono limitati per legge e quindi l’entrata di nuovi operatori è praticamente impossibile. Ma quanto attraente potrebbe essere Alitalia senza (il grosso de)i voli Roma-Milano? Forse non è inutile ricordare che, nel contesto di una generalizzata perdita di quote di mercato sia sui voli interni che internazionali, Alitalia abbia sostanzialmente mantenuto la propria quota di mercato (60 per cento) sulla tratta Milano Linate – Roma. Ora Air One ha il 34,2 per cento così che le due compagnie insieme arriverebbero al 94,2 per cento. Alitalia detiene inoltre una quota di quasi monopolio sulla tratta Malpensa – Roma (92,5 per cento).
Qualcuno a questo punto comincia a ventilare la "failing firm defense", ovvero l’argomentazione secondo la quale la fusione dovrebbe comunque essere consentita per evitare il fallimento dell’impresa acquisita. Anche a costo di diminuire in modo significativo la concorrenza. Peccato che tale argomentazione non abbia alcun fondamento serio. Infatti, affinché sia una strada percorribile devono verificarsi altre due condizioni di contorno:
¨ che non vi siano altri modi di salvare l’impresa (e chiaramente questo non è vero: AirOne non è certo l’unico acquirente possibile, a meno che non si "trucchi" il processo di vendita);
¨ che in caso di fallimento dell’impresa i suoi asset escano dal mercato (e anche qui pare evidente come la capacità produttiva di Alitalia, comunque la si voglia definire, sarebbe ripresa da altri operatori…)
Quindi pare proprio che non esistano scuse per eliminare la (poca) concorrenza che già oggi esiste sul mercato.
E comunque, la maggior debolezza di Alitalia è sulle tratte europee, non su quelle nazionali. Nei voli interni la quota di Alitalia è scesa dal 65,9 per cento del 1998 fino al 43,8 del 2005, ma è costante sulla rotta più redditizia. Invece la sua quota nel segmento dei collegamenti infraeuropei da e per l’Italia è minima, pari a solo del 17,4 per cento (contro il 22,5 per cento del 2002). Per i voli extraeuropei la quota sale al 25,9 per cento, ma si tratta di voli soggetti al regime degli accordi bilaterali, e dove la concorrenza piena tra vettori è ancora lontana. La maggior necessità di Alitalia, sotto il profilo del network, è di realizzare sinergie con compagnie solide sulle rotte estere, non su quelle nazionali. (3) La difesa dell’italianità non va certo incontro a tale esigenza.
Il ruolo futuro dello Stato
Infine, desta perplessità il destino del 20 per cento dell’impresa, che il governo si riserva di tenere nelle proprie mani. Perché si vuole tenere tali azioni in mano pubblica? Tutto fa pensare che si intenda perpetuare la situazione degli scorsi decenni, con un intervento pubblico diretto nell’impresa (sulle sue politiche salariali, di occupazione, di acquisti, di scelte territoriali (Malpensa v. Fiumicino, eccetera), ovvero tutto quello che ha affossato Alitalia. Se così fosse, chi sarebbe però il pazzo che acquisterebbe il rimanente dell’impresa? E se così non fosse, perché lo Stato dovrebbe mantenere tale partecipazione?
Torna fortissimo il sospetto che possa acquistare l’impresa solo qualcuno "con la benedizione" del governo. E che questo qualcuno non si possa aspettare la remunerazione da Alitalia, ma su un altro tavolo (quale?). Abbiamo allora un passo nella direzione giusta, forse, ma non senza ombre.
(1) Si veda il documento dell’Agcm Regime di imposizione di obblighi di servizio pubblico sui servizi aerei di linea da e per la Sardegna, AS 354, Bollettino n. 29/06.
(2) Del resto, la cessione di slot su Linate è stata richiesta dall’Antitrust anche per autorizzare l’acquisizione di Volareweb da parte di Alitalia. Si veda Agcm, Alitalia/Volare, Provvedimento n. 15666, 5/7/2006.
(3) Sembra una necessità per molte compagnie europee che, formalmente ancora di bandiera, sono troppo deboli per aspirare al ruolo di global players nel contesto via via più competitivo dei prossimi anni, con la concorrenza agguerrita delle compagnie low cost e con il lento ma inevitabile progresso della liberalizzazione (il passaggio dagli attuali open skies ai cosiddetti clear skies).
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Dov'è il valore di Alitalia
di Marco Ponti 31.05.2007
Il suo valore è scarso se si guardano profitti, qualità dei servizi, flotta e capacità manageriali. Tuttavia, la disastrata compagnia di bandiera gode di slot aeroportuali molto pregiati a Roma, Milano e nelle grandi città europee. Ma sulle rotte extra-europee le posizioni monopolistiche si stanno erodendo. E la liberalizzazione danneggerà le società meno efficienti. Quindi un investitore razionale ha interesse a intervenire se può garantirsi protezioni pubbliche contro l'apertura alla concorrenza e la diffusione dei servizi low-cost. A danno degli utenti.
Quanto vale oggi la disastrata compagnia di bandiera, messa in vendita per la seconda volta dallo Stato italiano? Si badi che la maggioranza di Alitalia è già in mani private, conseguenza di una precedente vendita richiesta dalla Commissione europea per consentire un ennesimo salvataggio. Quella "vendita" era apparsa da subito irrilevante ai fini del controllo e del risanamento, e anzi rimangono ombre sulla razionalità economica con cui gli investitori di allora misero denari in quel contesto, già pesantemente "emorragico". Certo, era un’operazione a prevalente contenuto politico, per far sopravvivere la compagnia fino alle elezioni del 2006.
Perché non ha valore
Tornando all’oggi, Alitalia non vale certo per i profitti che genera: quasi 2 milioni di perdite giornaliere l’anno scorso e all’inizio di quest’anno, in un contesto in cui tutte le compagnie aeree guadagnano. Non vale certo per l’immagine societaria presso il pubblico: la qualità dei servizi, a causa soprattutto degli scioperi, si è ulteriormente deteriorata. Non vale certo per la flotta, tragicamente obsoleta, quindi con consumi di carburante e costi di manutenzione elevati, e con una gamma tipologica così variegata da generare rilevanti diseconomie gestionali.
Come ovvio corollario della situazione, non vale certo per il "know how" del management, per di pi√π in rotazione "politica" continua.
Perché ha valore
Vale però perché è ancora "compagnia di bandiera", cioè nella misura in cui è politicamente protetta dalla concorrenza, e nella misura in cui ci si può attendere che tale protezione persista nel tempo.
Vediamo gli aspetti principali della questione.
Innanzitutto, Alitalia gode di slot aeroportuali molto pregiati a Roma e a Milano e nelle corrispondenti grandi città europee. Cioè può decollare e atterrare nelle ore più redditizie e "affollate", servendo la domanda "business", che deve poter partire dalle maggiori città e rientrare alla sera, ed è estremamente redditizia (particolarmente sulla rotta Milano-Roma, tra quelle interne). Gli slot sono a titolo gratuito e in uso perpetuo, a meno che non vengano ceduti spontaneamente da chi li possiede o che non vengano utilizzati. Tale diritto è noto come granfather’s right.
L’Europa ha colpe rilevanti nella mancata riforma del regime degli slot. Un tentativo fu fatto dalla Commissione alla fine del secolo scorso, ma essenzialmente chiedendo l’opinione degli Stati membri sulla questione, i quali, come c’era da attendersi, risposero a larga maggioranza di essere del tutto soddisfatti di un regime che tutelava le loro compagnie di bandiera dalla nascente concorrenza delle low-cost.
Un secondo aspetto concerne le relazioni extraeuropee, anche queste assai redditizie, e gestite in condizioni di sostanziale duopolio (le compagnie che possono servirle sono "indicate" dai rispettivi Stati).
Ora, alcune di queste posizioni monopolistiche si stanno erodendo, per il bene dei viaggiatori. L’Europa è stata "virtuosa" nel negoziare con gli Usa la sostanziale liberalizzazione del mercato nord-atlantico: anche se l’accordo è squilibrato in favore delle compagnie americane, ha ritenuto che i vantaggi per i passeggeri europei valevano il prezzo. Ma questo sviluppo metterà in difficoltà le compagnie di bandiera europee meno efficienti, e Alitalia è certo tra queste. In più, è possibile che "la malattia si diffonda", portando a ulteriori liberalizzazioni su altre relazioni intercontinentali importanti.
Inoltre, la rotta nazionale più redditizia, e per questo "protetta", la Milano-Roma, vedrà la concorrenza dei servizi ferroviari di alta velocità, che dovrebbero essere attivi tra un paio di anni.
L’interesse dell’investitore razionale
Quale potrebbe essere allora lo scenario per un investitore razionale? Con le premesse fatte, solo quello di garantirsi, a danno degli utenti, protezioni pubbliche durature, sia contro l’apertura alla concorrenza di ulteriori rotte intercontinentali (si pensi all’estremo oriente), sia contro la diffusione dei servizi low-cost, che, come sostiene l’Economist, "hanno cambiato la geografia dell’Europa".
Qualche segnale in tal senso è già avvenuto: il ministro dei trasporti ha redatto un piano per gli aeroporti che li classifica in funzione dei servizi aerei che potranno erogare, e che sembra mirato a limitare fortemente la libertà di azione delle compagnie low-cost. C’è da sperare che le reazioni locali ne annullino l’effetto, visto che l’avvento di quei servizi in molti casi ha determinato clamorosi episodi di "esplosione" dei traffici, e addirittura di sviluppo immobiliare-turistico.
In caso poi vincesse la cordata in cui è presente AirOne, l’altro operatore sulla rotta Roma-Milano, potrebbero essere chieste deroghe temporanee all’azione dell’Antitrust per quella rotta (ma rimarrebbe imminente la pressione concorrenziale dei sevizi ferroviari velocizzati).
Da ultimo, c’è da segnalare la disponibilità del venditore, pur contestata all’interno del governo stesso, di cedere il 100 per cento della sua quota, se l’acquirente lo richiedesse. Ottima intenzione, dal punto di vista degli utenti: ma, date le premesse, l’acquirente dovrebbe pesare con molta cura gli svantaggi di possibili e perduranti interferenze politiche con i vantaggi di possibili e perduranti protezioni anticoncorrenziali.
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Alitalia: un prezzo troppo elevato. Per il paese
di Carlo Scarpa 03.07.2007
Per vendere Alitalia si rischia che a pagare siano ancora una volta i contribuenti. Per "salvare" i privilegi di qualche migliaio di lavoratori, spesso assunti per ragioni clientelari e pagati stipendi fuori mercato. E se a comprare sarà AirOne, rischiano di pagare anche i consumatori, che vedranno scomparire la concorrenza tra Linate e Fiumicino. Un ulteriore costo sarà poi la perdita di reputazione dell'Autorità antitrust, nel caso decida di non intervenire. Sembra un gioco a somma molto negativa.
In questo periodo, mantenere il silenzio sulla vicenda di Alitalia mi è sembrato doveroso, per il rispetto che si deve a un malato terminale.
In questi ultimi mesi sono poi usciti i conti di Alitalia del 2006, con una perdita doppia a quanto previsto (il cda ha ritenuto, forse inevitabilmente, anche di svalutare la flotta): in sostanza, nel 2006 Alitalia ha perso poco meno di 2 milioni di euro al giorno. E non deve andare tanto meglio ora, se i giornali ci informano che ormai pure la normale manutenzione della flotta è divenuta problematica. Poiché il malato sembra avere perso conoscenza, forse il riserbo è ormai superfluo…
Doppia delusione
Neppure i russi se la sentono di acquisire un’impresa in questo stato e l’asta volge lentamente al termine con un sostanziale fallimento. Peccato. Nei mesi scorsi, il governo ci ha detto (correttamente) che la situazione della finanza pubblica era grave, e ha quindi deciso tagli di spesa e aumenti di imposte. Anche in una situazione definita in modo così drammatico, l’unico tentativo di vendere qualcosa era quello legato ad Alitalia. E la conclusione che si profila aggiunge delusione a delusione.
L’unica offerta che resta sul tavolo è quella dell’unica concorrente di Alitalia sulla sua tratta più redditizia (Linate – Fiumicino), che oltre tutto ha già annunciato alcune migliaia di licenziamenti. Possibile? In Italia, sì, ma solo se il governo (come ha prontamente annunciato) si farà carico di questi “esuberi”.
… non pagherebbe solo AirOne
In altri termini, per salvare Alitalia non bastano i quattrini di AirOne. Servono anche pi√π quattrini dai clienti e dai contribuenti.
I primi, sulla tratta Milano-Roma vedranno terminare la concorrenza e certo non avranno condizioni più vantaggiose. Il tutto, ammesso che l’Autorità antitrust consenta la cosa, il che come è noto è tutto da dimostrare.
Ma servono altri quattrini anche dai contribuenti, perché i sussidi non finiscono mai, come gli esami di Eduardo. Per anni i contribuenti hanno pagato per le politiche scellerate di chi gestiva questa compagnia più volte salvata dallo Stato, e hanno dovuto tollerare che si pagassero stipendi fuori mercato a un numero di dipendenti inutile (se non per i politici di turno, che su queste politiche di assunzione hanno costruito le loro fortune). Ma questo non basta: i contribuenti dovranno pagare ancora, per far sì che lavoratori impiegati per un lavoro non utile e/o sovrapagato non debbano patire troppo la fine dei loro privilegi.
Ammesso, naturalmente, che i sindacati accettino i licenziamenti, cosa che in Italia, soprattutto con questo governo (ma non solo) e con questo ministro dei Trasporti, pare essere condicio sine qua non. Ma ricordiamo che il precedente governo di centrodestra non aveva neppure osato mettere mano al problema.
E non dimentichiamo un particolare: quando sarà noto nei dettagli il piano industriale, scopriremo cosa succederà a Fiumicino e a Malpensa: aspettiamoci pure nuove sorprese.
Non basta l’asta…
Quando è stata annunciata la vendita di Alitalia con una procedura d’asta, qualcuno aveva forse sperato che questo bastasse a ottenere un prezzo elevato per la compagnia. Era ovviamente un’illusione.
In primo luogo, procedure di asta di tipo beauty contest sono penalizzanti. Si ricordi che il governo ha infatti scelto di non vendere necessariamente al miglior offerente, ma all’offerta “complessivamente migliore” secondo il giudizio insindacabile di chi vende. Vi erano vincoli (copertura del territorio nazionale, mantenimento della riconoscibilità nazionale del marchio), si è dichiarato che i riflessi occupazionali avrebbero avuto un ruolo importante nel valutare le offerte, ma nulla di più preciso, almeno ufficialmente. Tanto che grandi investitori internazionali, anche molto esperti nel settore, si sono ritirati.
Ma in ogni caso, attenzione: un’asta, anche quella disegnata nel migliore dei modi, non serve a estorcere prezzi irragionevoli a chi compra. Serve a rivelare quanto vale un oggetto. E quale si pensava che fosse il valore di un’impresa che perde due milioni di euro al giorno?
Evidentemente, il prezzo chiesto dal governo non consente di vendere Alitalia “così come è”. Per spingere un investitore ad acquistare, bisogna in qualche modo consentirgli di liberarsi delle inefficienze, e ciò sembra richiedere l’intervento a favore dei lavoratori in eccesso. Ma anche questo non è bastato a investitori “diversi da AirOne”. Solo chi possa aggiungere al resto il vantaggio (presunto) legato alle extra-rendite sulla Milano-Roma può fare l’operazione. E infatti tutti gli altri si sono ritirati.
Rispettiamo l’Antitrust
Ma non è finita. Se, come si spera, l’Antitrust non consentirà che si spremano i consumatori, probabilmente anche AirOne si ritirerà, salvo ulteriori sconti (pesanti) sul prezzo di acquisto. E se invece l’Antitrust si piegasse alle ragioni del venditore (non raccontiamoci che ci sono ragioni “sociali” che richiedono l’operazione, per favore), una delle ultime istituzioni serie si esporrebbe a una figuraccia epocale.
Anche questo sarebbe un costo pesante. Se il cane da guardia della concorrenza si mostra timido e pronto a compromessi, le numerose lobby e i monopoli rialzeranno (giustamente) la testa. Vale la pena di pagare tutto questo per salvare Alitalia?
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Alitalia, il fallimento non sarebbe la fine del mondodi Nicola Gennaioli e Stefano Rossi
Come ricordato ancora pochi giorni fa’ da Carlo Scarpa su queste pagine, Alitalia è in una crisi di gravissimo dissesto finanziario. Concettualmente, tali crisi possono essere risolte in due modi: 1) Mantenere in vita la compagnia vendendola al migliore offerente, o 2) Decretarne il fallimento separando gli assets di valore (da destinare a potenziali, futuri compratori), da quelli senza valore da liquidare. Il Tesoro ha deciso di seguire la prima procedura, senza neppure considerare la seconda possibilità. Anche i commentatori, che dibattono sulle migliori condizioni per vendere la compagnia sul mercato, considerano il fallimento una catastrofe da scongiurare. È questo necessariamente vero?
La giustificazione teorica per mantenere in vita Alitalia è la salvaguardia dei suoi asset più pregiati. Ad esempio, la gestione operativa potrebbe essere sana e le perdite dovute soltanto agli elevati interessi passivi. Alternativamente, si potrebbe sostenere che il "capitale umano" di Alitalia, pur di elevato valore, non è riconosciuto nei bilanci. Nessuno di questi argomenti regge. In primo luogo, Alitalia subisce da anni enormi perdite operative, sintomo di una gestione industriale (non solo finanziaria) totalmente fallimentare. In secondo luogo, l’elevata conflittualità delle relazioni interne suggerisce che, anche se teoricamente disponibile, il "capitale umano" della compagnia non è facilmente utilizzabile.
I vantaggi del fallimento
Una rapida procedura fallimentare avrebbe invece l’immediato vantaggio di evitare nuovi aiuti di Stato e quindi salassi ai danni dei contribuenti. Eliminare tali aiuti avrebbe anche il vantaggio di aumentare le possibilità per un’effettiva concorrenza sulle rotte italiane, con grandi benefici per i viaggiatori. Gli aiuti di Stato ad Alitalia sono stati infatti considerevoli e ripetuti. Ad esempio, nel 2002 Alitalia ha ottenuto 1.43 miliardi di Euro, nel 2004 altri 400 milioni, e all’inizio del 2006 altri 500 milioni sotto forma di prestito azionario. Durante tutto il periodo, nonostante i ripetuti interventi, le inefficienze gestionali di Alitalia sono aumentate, come sottolineato dalle ripetute e crescenti perdite operative. Appare ovvio che gli aiuti di Stato non sono serviti allo scopo di aiutare Alitalia a superare una crisi che evidentemente non è solo finanziaria. Questo anzi suggerisce che l’unico asset che separa Alitalia dal fallimento non è nient’altro che la sua capacità di ottenere aiuti di Stato. Una conferma indiretta di questo è il fatto che i pochi potenziali compratori stranieri (Aeroflot, e la cordata con Tpg e Matlin Patterson) si siano velocemente dileguati: verosimilmente Aeroflot e gli altri non hanno accesso agli stessi contatti politici che può avere il loro concorrente italiano AirOne.
Aspettare ancora?
I vantaggi di avere una compagnia aerea italiana efficiente sono indubbi, per il turismo e i collegamenti d’affari. È molto dubbio però che sia Alitalia la compagnia in grado di raggiungere tale scopo. Quando la matassa si ingarbuglia, molto spesso è bene ripartire da capo. Forse occorrerebbe considerare più seriamente la possibilità di condurre Alitalia attraverso una rapida procedura di fallimento, magari seguendo le esperienze di Swissair e Sabena. Gli unici che avrebbero da ridire sarebbero i dipendenti di Alitalia, la cui opposizione avrebbe ricadute politiche nell’immediato. Per superarne il dissenso si potrebbe però destinare loro una somma di denaro una tantum e garantire quindi la fattibilità politica dell’operazione. Per una compagnia che sperpera due milioni di euro al giorno, la maggiore catastrofe potrebbe essere aspettare ancora.
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Dossier: cronaca di un fallimento annunciato
18.07.2007
L'asta per Alitalia è ufficialmente fallita. Almeno, a suo tempo sapevamo privatizzare, oggi sembra che neppure questo sia vero. Ma è un problema di regole dell'asta, o semplicemente si cercava di vendere un oggetto che non ha mercato? Quale che sia la risposta, a queste condizioni nessuno acquista. Cronaca di una morte annunciata? Speriamo di no, ma da tempo scriviamo che la situazione è insostenibile, e oggi il mercato lo ha confermato: di seguito raccogliamo alcuni dei nostri contributi degli ultimi mesi.
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Come Air France sorvolò la crisi
di Andrea Goldstein 23.07.2007
Il fallimento della procedura d'asta di Alitalia rilancia l'interesse per l'esperienza di Air France. Non solo perché il vettore transalpino ritorna in auge come il partner più probabile per rilevare la nostra compagnia di bandiera. Ma soprattutto perché più di dieci anni fa ai francesi riuscì il colpo d'ala per uscire dalla crisi. Grazie a una strategia fatta di soppressione di rotte, riduzione dei costi e miglioramento della produttività. E forte di un sistema di tariffe diversificate secondo le condizioni del mercato e della scommessa su un unico hub.
Il fallimento della procedura d’asta in vista della privatizzazione di Alitalia rilancia l’interesse per l’esperienza di Air France. Non solo perché il vettore transalpino ritorna in auge come il partner più probabile per rilevare la nostra disastrata compagnia di bandiera, ma anche e forse soprattutto perché più di dieci anni fa ai francesi riuscì il colpo d’ala per uscire dalle secche della crisi.
La crisi e la strategia per superarla
Nei primi anni Novanta, Air France perse oltre 14 miliardi di franchi, una somma tutt’altro che modesta (più di 2 miliardi di euro, da rivalorizzare ovviamente per l’inflazione accumulata nel frattempo). Lo stato francese, pur di fronte ai dubbi di Bruxelles, decise allora di ricapitalizzare per un importo di 20 miliardi di franchi. Le azioni strutturali messe in atto dal management negli anni successivi furono molteplici, al di là della fusione realizzata nel 1997 con Air Inter, la compagnia specializzata nelle linee interne.
In primo luogo, si procedette a un’analisi della redditività dei singoli scali e vennero chiusi quelli che a breve e medio periodo non garantivano prospettive interessanti. Alcune delle rotte soppresse, come quelle tra Orly, il secondo aeroporto parigino, e città di provincia come Perpignan, Tolone e Nantes, erano chiaramente importanti per politici e notabili locali, ma ogni resistenza venne superata perché il governo di Parigi non era disposto a perdere la faccia di fronte alla Commissione europea. Altre destinazioni, come Nagoya, Pisa e Ljubljana per il traffico passeggeri o Johannesburg per quello merci, furono allora soppresse, ma quando poi le condizioni di mercato sono cambiate, Air France ha deciso di tornare a servirle.
La seconda decisione strategica fu quella di intensificare la rete dei collegamenti, aumentando sia le frequenze sulle linee principali sia il numero di destinazioni servite a cadenza giornaliera, di sopprimere gli scali intermedi e di lanciare l’hub di "Charles de Grulle". Questa strategia è stata fondamentale per aumentare la percentuale del traffico totale che corrisponde a passeggeri in connessione. Oltretutto, la qualità dell’hub, più moderno e compatto rispetto a concorrenti come Londra Heathrow, lo sviluppo di un’allenza con Delta Airlines e l’alto numero delle connessioni e pertanto delle alternative, hanno fatto sì che per Air France la carta tariffaria non fosse l’unica da utilizzare per competere con i rivali.
Il terzo elemento strategico fu la messa in atto di un sistema di tariffe del tipo yield management, capace cioè di modulare le proposte tariffarie a seconda delle condizioni di mercato. Non a caso, già nel 1997, uno dei più prestigiosi riconoscimenti americani dell’industria del trasporto aereo, l’Annual Aerospace Award, venne assegnato all’allora capo di Air France, Christian Blanc, per il successo conseguito con il nuovo sistema.
Infine, più di cinquecento misure puntuali di riduzione dei costi e di miglioramento della produttività vennero introdotte nei primi quattro anni della ristrutturazione, consentendo più di 3 miliardi di franchi di economie. Nell’ottobre 1998, un accordo globale pluriennale venne concluso con il Syndicat national des pilotes de ligne, in base al quale il 12 per cento del capitale della società venne ceduto a chi, tra il personale navigante tecnico, fosse disposto a ridurre il proprio salario. L’accordo, che fece seguito a un conflitto sindacale durato dieci giorni proprio a ridosso dell’inizio della coppa del mondo di calcio, prevedeva anche una doppia scala salariale per i nuovi assunti, ai quali in cambio Air France assicurava la formazione continua.
Poche prospettive per Alitalia
Non più di una settimana fa, il presidente e direttore generale di Air France-Klm, Jean-Cyril Spinetta, aveva nuovamente ribadito che la compagnia non intendeva partecipare alla gara per Alitalia. La posizione è forse cambiata perché le condizioni della privatizzazione sono mutate, ma ovviamente chi scrive non ha tutti gli elementi per giudicare.
Ciò su cui invece si può riflettere è la disponibilità dei vari stakeholder a realizzare in tempi brevi misure come quelle appena descritte che, pur ovviamente necessarie, potrebbero dimostrarsi ancora insufficienti. Nel nostro Parlamento si discute di Alitalia soprattutto quando un politico soffre un ritardo di un paio d’ore – meglio non pensare cosa potrebbe succedere quando si decidesse di tagliare qualche linea poco redditizia. I sindacati si caratterizzano per la capacità di alimentare con la propria conflittualità turbative sulla regolarità e sulla affidabilità commerciale, forse non consci che le casse dell’Alitalia saranno presto vuote. Imprenditori abili nel gestire un settore complesso come quello del trasporto aereo languono – per carità di patria, meglio non fare l’elenco delle low-cost nostrane capaci di competere con EasyJet, Ryanair o Air Berlin. Se almeno il governo avesse il coraggio di avviare l’Alitalia verso il destino cui sembra destinata...
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A che serve Malpensa
di Andrea Boitani e Carlo Scarpa 17.09.2007
Che ne sarà dello scalo lombardo, tra minacce di abbandono di Alitalia e offerte miliardarie di Ryanair? Intanto, lo sviluppo del sistema nazionale di mobilità richiede infrastrutture efficienti. E nella deludente prestazione di Malpensa in termini di quote di mercato, qualche responsabilità ce l'ha forse anche la Sea. E serve davvero un hub, se i dati mostrano che in tutta Europa gli aeroporti al di sotto dei 10 milioni di passeggeri crescono assai di più dei grandi? La questione degli slot, unico asset di valore della compagnia di bandiera.
Il punto che più ha fatto discutere del progetto di piano industriale di Alitalia è l’ipotizzata riduzione dei voli intercontinentali dell’ex compagnia di bandiera da e per lo scalo lombardo di Malpensa. Roberto Formigoni, Filippo Penati e Letizia Moratti si sono lanciati in attacchi polemici molto duri, hanno emesso giudizi, minacciato, fatto appelli. E poi che succede? Dopo poco più di una settimana dall’ufficializzazione delle intenzioni di Alitalia, viene fuori la clamorosa offerta di Ryanair: un investimento di quasi un miliardo di euro che potrebbe riempire il vuoto lasciato da Alitalia a Malpensa.
In un mercato per aria c’è posto per tanti
Questa offerta conferma alcuni fatti che da tempo andiamo sottolineando. Il primo è che esiste un mercato, nel quale compagnie aeree cercano scali per fare il loro lavoro, ovvero fare volare le persone. Il che significa che il destino aereo del Nord Italia (o dell’intero paese) non dipende da Alitalia. Se Alitalia scomparisse, è del tutto verosimile che potrebbe essere rimpiazzata rapidamente da altri vettori. Ma se ciò è vero, pensare di vendere Alitalia credendo di potere dettare le condizioni è stato a dir poco ingenuo.
Il secondo fatto è che l’offerta di Ryanair non rimpiazzerebbe esattamente ciò che Alitalia lascia. La compagnia low cost irlandese, infatti, si propone (stando ai comunicati stampa) "l’apertura di 50 rotte internazionali a tariffe basse per tutte le maggiori destinazioni europee e 10 rotte nazionali per collegare Milano al Sud e alle isole". Dunque niente voli intercontinentali per l’Asia o il Sud America. Ryanair non è impegnata nel business dei voli intercontinentali; non ha neanche la flotta adatta. Il che vuol dire che il più efficiente e profittevole vettore aereo europeo non ritiene che il mercato passeggeri intercontinentali da Malpensa valga tanto da mutare il suo profilo di compagnia saldamente ancorata ai voli di medio raggio. Anche Ryanair è incapace di valutare il mercato come i politici lombardi hanno accusato Alitalia?
Il terzo fatto è che Ryanair non si propone di sostituire la sua base di Orio al Serio con Malpensa, ma di aggiungere Malpensa allo scalo bergamasco, sul quale propone di rilanciare ulteriormente la sua presenza. Il che sembra indicare che Ryanair pensi che i mercati di Malpensa e di Orio al Serio non siano in competizione tra loro: il primo serve la Lombardia occidentale e il Piemonte orientale, mentre il secondo serve la Lombardia orientale. Il sistema dei trasporti terrestri e il traffico della regione, oggi e per molto tempo ancora, sono un vincolo di cui la compagnia irlandese tiene realisticamente conto; un vincolo che ha certamente orientato le scelte dei passeggeri dell’area e che era invece ignorata dalla pretesa di fare di Malpensa un hub per tutto il Nord Italia.
Il quarto fatto è che Ryanair si propone di investire su Malpensa senza pretendere un ridimensionamento di Linate. E ciò, precisamente, perché non vuole fare di Malpensa un hub ma una base operativa per i suoi voli point to point, e quindi non è più di tanto preoccupata della concorrenza di Linate con i suoi voli di feederaggio dei grandi hub continentali.
Ma servono (anche) aeroporti buoni
Ma ci sono almeno altre tre considerazioni che devono essere sottolineate.
La prima è che lo sviluppo del sistema nazionale di mobilità richiede infrastrutture efficienti. Uno dei punti forti del modello di business di Ryanair è la capacità di effettuare un turn-around dell’aereo in pochissimo tempo, ovvero di atterrare, fare uscire bagaglio e passeggeri, pulire l’aeromobile e ricaricarlo per ripartire, il tutto in meno di un’ora. Per farlo servono strutture aeroportuali capaci di lavorare in modo rapido, pulito, senza sbavature.
È su questo - e non certo su manifesti di sindaci o presidenti di Regione - che si misura la competitività e il futuro di Malpensa. E su questo purtroppo si appuntano le maggiori preoccupazioni per questo aeroporto (e per l’intero sistema aeroportuale nazionale, in realtà). La deludente prestazione di Malpensa in termini di quote di mercato è certamente in buona misura causata dal pessimo andamento di Alitalia, che l’aveva eletta (obtorto collo) a suo secondo hub. Ma forse anche la cattiva reputazione guadagnata dalla gestione aeroportuale avrà contribuito. Insomma, anche la Sea avrà le sue responsabilità. Sarebbe bene che il comune di Milano - principale azionista di Sea - non scegliesse di chiudere gli occhi per strillare solo contro Alitalia.
Il secondo aspetto su cui riflettere è se poi gli hub siano proprio quello che serve al nostro sistema di trasporto aereo. Forse non è male ricordare alcuni dati, contenuti nelle due tabelle riportate in fondo al testo. Dalla prima si desume come il traffico passeggeri in partenza dagli aeroporti italiani sia cresciuto a tassi di molto superiori alla crescita del Pil (una volta riassorbito lo shock dell’11 settembre 2001). La seconda ci dice che gli aeroporti lombardi hanno una quota di mercato lievemente inferiore oggi rispetto a quella che avevano nel 2000. La perdita di quote di mercato è stata quasi completamente compensata solo grazie allo sviluppo dello scalo di Bergamo. Linate è limitata per decreto e quindi non può crescere più di tanto e Malpensa ha perso quasi 3 punti percentuali di quota dal 2000. Rispetto al 2000, nel 2006 i passeggeri di Malpensa sono aumentati del 5 per cento; quelli di Fiumicino del 14,8 per cento; quelli di Ciampino e Bergamo rispettivamente del 16,8 e del 20,4 per cento. Più in generale, come dimostra la ricerca dell’Iccsai (2007) in tutta Europa gli aeroporti al di sotto dei 10 milioni di passeggeri crescono assai di più dei grandi scali, il che sembra confermare la crescente attrattività dei voli point to point rispetto ai collegamenti indiretti (passanti per un hub).
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E serve che lo Stato faccia spazio agli entranti
La proposta di Ryanair così come la minaccia formigoniana di cacciare Alitalia da Malpensa hanno come presupposto che Alitalia stessa ceda gli slot che non intende utilizzare. Si tratta però di un presupposto tutt’altro che scontato. Alitalia, infatti, ha manifestato l’intenzione di fare, d’ora in poi, esattamente ciò che vorrebbe fare Ryanair: voli continentali point to point a basso costo, operati dalla sua controllata Volare (sempre che riesca a spuntarla nella contesa giudiziaria con Air One), utilizzando gli slot (tanti e molto pregiati) che il "gruppo" controlla nello scalo della brughiera.
A dispetto di alcune dichiarazioni avventate di Formigoni, Alitalia è nel pieno diritto di perseguire le sue intenzioni, stando alle norme europee che regolano l’attribuzione degli slot. Diritto a parte, saremmo curiosi di vedere se il governo cederà gratuitamente l’unico asset di valore (cioè gli slot, appunto) che la compagnia stessa possiede, proprio nell’imminenza della vendita della sua quota azionaria.
Non è difficile immaginare che proprio questo sarà il terreno del prossimo scontro tra centro e periferia. Forse quello che serve a Malpensa non è che Alitalia resti, ma che se ne vada davvero e non "per finta".
Variazione percentuale totale passeggeri
in partenza da aeroporti italiani
1999-2000 11,9
2000-2001 2,4
2001-2002 1,7
2002-2003 10,0
2003-2004 6,9
2004-2005 5,5
2005-2006 8,7
2006-2007 (gen-luglio) 9,4
Fonte: Assareoporti
Quote del mercato passeggeri aeroporti lombardi
Malpensa Linate Bergamo Totale
2000 22,4 6,5 1,3 30,2
2001 20,6 7,9 1,2 29,7
2002 19,0 8,5 1,4 28,9
2003 17,5 8,7 2,8 29,0
2004 17,2 8,3 3,1 28,6
2005 17,2 8,0 3,7 28,9
2006 17,6 7,8 4,2 29,6
2007 (gen-lugl 17,6 7,6 4,3 29,5
Fonte: Assareoporti
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MALPENSA: LIMITI E MISFATTI
di Tito Boeri e Andrea Boitani 08.01.2008
Come nutrire speranze per Malpensa se gli stessi politici lombardi non hanno le idee chiare a riguardo e si lanciano in dichiarazioni incaute? Inutile criticare le scelte di Alitalia senza averne compreso le ragioni. E non serve insistere sull'hub quando esistono altri modelli forse preferibili per i clienti. Se si vuole salvare Malpensa è necessario collegarlo meglio con il resto del territorio e premere per la liberalizzazione dei cieli.
Le imprecisioni della politica
Secondo il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni (intervista a La Stampa del 5 gennaio), gli imprenditori italiani volano in Cina da Malpensa per non perdere tempo. Ci risulta che molti di loro, proprio per non perdere tempo, invece di utilizzare l'unico volo che oggi parte da Malpensa verso il "continente cinese", preferiscono volare su Londra per poi avere il letto offerto da British Airways ed essere dunque pienamente efficienti al loro arrivo. Formigoni non è un imprenditore. Né uno di quei docenti universitari che, nelle sue parole, "hanno tempo da perdere". Vorremmo allora che dedicasse almeno un pochino del suo tempo a studiare i dossier. Perché le conseguenze delle sue azioni gravano già oggi su milioni di contribuenti e nelle poche righe della sua intervista ci sono almeno tre gravi inesattezze (ed altre minori). Vediamole:
1) Contrariamente a quanto dichiarato da Formigoni, non c'è bisogno di alcuna autorizzazione dello Stato italiano affinché una compagnia cinese o americana, già designata dal proprio governo, voli a e da Malpensa.
2) Non c'è neanche un problema di mancanza di slots disponibili. Esiste un regolamento europeo per cui gli slot non utilizzati per 6 mesi (una stagione) entrano automaticamente nel pool degli slot che possono essere assegnati a chi ne fa richiesta. Se quindi Alitalia non dovesse utilizzare i suoi slot a Malpensa per sei mesi (a partire da marzo), essi diverrebbero disponibili.
3) In ogni caso, Malpensa non è un aeroporto saturo: ci sono già oggi slot disponibili per altre compagnie che volessero utilizzare lo scalo lombardo, anche qualora lo eleggessero a loro hub. Per difendere (legittimamente) il ruolo di Malpensa, non c'è quindi alcun bisogno di intaccare l'unico vero capitale di Alitalia (gli slot, appunto), né di arrogarsi contra legem poteri regolatori altrui.
4) È vero, come rimarcato da Formigoni, che Lufthansa ha due hub, a Francoforte e Monaco di Baviera. Ma ha dovuto crearsi un hub a Monaco perché Francoforte andava verso saturazione e Lufthansa necessitava di un nuovo sfogo. Né Fiumicino né Malpensa erano e sono in condizioni anche lontanamente comparabili a quella di Francoforte, anche perché Alitalia ha da tempo rinunciato a molti voli intercontinentali. Basti pensare che a fine anni 70 Alitalia aveva verso l'Africa 21 destinazioni, contro le 8 destinazioni odierne. L'hub permette di far affluire passeggeri da diverse destinazioni e smistarli verso altre. Perché un hub svolga questa funzione, le destinazioni devono essere tante, in particolar modo i voli Intercontinentali. Per capire quanto sbagliata sia la comparazione proposta da Formigoni, basti pensare che Lufthansa oggi possiede 85 aerei di lungo raggio (di cui ben 30 B747, il Jumbo) contro i soli 23 di Alitalia. Questa cifra da sola mette in luce la differenza macroscopica sul piano delle possibili destinazioni fra le due compagnie. Come può una compagnia con 23 aerei da voli intercontinentali dividerli su due hub e pretendere che funzioni? Sarebbe già difficile con 23 aerei far funzionare un solo hub, non parliamo di due.
Al di là della polemica, ci interessa essere costruttivi. Ecco alcuni temi su cui vorremmo che Formigoni e gli altri politici lombardi riflettessero.
Le scelte di Alitalia e le smanie per l'hub
Perché Alitalia sceglie Fiumicino invece di Malpensa? Le ragioni sono varie: a) perché la maggior parte dei passeggeri entranti in Italia (che sono i turisti e non gli executives cari a Formigoni) vuole andare a Roma (e come dar loro torto?) e per una compagnia aerea conta quanti biglietti vende (in tutto il mondo e non solo in Italia) e quanto riempie gli aerei; b) perché Alitalia - come Formigoni mostra di sapere - è storicamente basata a Roma (manutenzioni, residenza del personale, ecc.). Può piacere o meno, ma pensare che questa realtà potesse mutare per una decisione geo-politica (subita da un'Alitalia in balia dei politici e dei sindacati) era già insensato alla fine degli anni '90, tanto più lo è oggi, con l'Alitalia nelle condizioni attuali; c) perché Malpensa è mal collegata con il suo bacino di traffico potenziale. Il treno-navetta non è connesso alla rete ferroviaria nazionale: perché un passeggero di Mantova, o di Cremona dovrebbe andare a Malpensa invece che a Verona e da lì a Francoforte?; d) perché Malpensa subisce la concorrenza degli aeroporti vicini (a cominciare da Linate e Bergamo) molto più di quanto accada a Fiumicino (1) e nel Nord ci sono molti aeroporti vicini tra loro che si sono ricavati delle nicchie di clientela localizzate e fedeli.
Quella dell'hub è una particolare fissazione dei politici lombardi. Ma la scelta del modello "hub and spokes" (in italiano, mozzo e raggi) piuttosto che di quello "point to point" è un problema delle compagnie aeree, come loro è il problema della migliore localizzazione dell'eventuale hub. Nessuno, in America, pensa che Atlanta sia più importante di New York perché Atlanta ha un hub e New York no. Ma anche in Germania l'importanza di Berlino non è diminuita per il fatto che Lufthansa abbia mantenuto il suo hub a Francoforte anche dopo la caduta del muro.
È molto discutibile e discusso che il modello "hub and spokes" sia preferibile dal punto di vista dei consumatori-viaggiatori: in genere è il modello prescelto dalle vecchie compagnie di bandiera o comunque dotate di forte potere monopolistico ed è per di più legato a uno stadio ormai superato dell'evoluzione della tecnologia aeronautica. Lo stadio che limitava la possibilità o quantomeno la convenienza sulle tratte intercontinentali agli aerei di grandi dimensioni. Con la liberalizzazione dei cieli, l'aumento della domanda di volo e con la più recente evoluzione della tecnologia, il modello "point to point" potrebbe estendersi alle tratte intercontinentali.
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Come Malpensa può avere un futuro
Malpensa può avere un futuro - a condizione che vengano risolti gli strutturali problemi di collegamento - anche senza essere un hub. Del resto, se dovesse raggiungere le dimensioni di un vero hub (come Heathrow o Charles De Gaulle) le popolazioni dell'area farebbero le barricate in strada. Dovrebbe essere chiaro, però, che tale futuro è legato alla profittabilità dei voli e non ai sogni e ai bisogni di grandeur dei politici lombardi. Se ci saranno prospettive di profitto, non c'è dubbio che nuove compagnie prenderanno il posto di Alitalia, o sarà Alitalia stessa (entrata finalmente a far parte del più grande gruppo mondiale e risanata) a coglierle.
Per avere un futuro come aeroporto intercontinentale, con l'arrivo di vettori diversi da Alitalia, la precondizione è che il regime di open skies si allarghi rapidamente dai voli transatlantici (per i quali i cieli si apriranno a fine marzo) a quelli verso l'Asia e verso l'Africa. Questo permetterebbe, ad esempio, a compagnie come Air China di usare Malpensa come hub per le sue connessioni europee. I negoziati per gli open skies sono appannaggio della Commissione Europea, sulla quale, dunque, Formigoni e i politici lombardi dovrebbero esercitare le loro pressioni. Un'altra ragione per ampliare gli open skies è che permette di superare il vincolo per cui solo una compagnia controllata al 51% da italiani può fare servizi intercontinentali. Questo aprirebbe la possibilità ad altre compagnie europee di utilizzare Malpensa per i propri voli intercontinentali. Ma, naturalmente, il successo di tali negoziati dipende anche dalla volontà di paesi come l'India, la Cina, il Sud Africa, ecc.; volontà che oggi non è del tutto chiara. Per questo un viaggio di Formigoni in Cina sarebbe davvero auspicabile. Fuor di polemica.
(1) In effetti dal 2001 Malpensa ha perso quote passeggeri, compensate quasi esattamente dai guadagni di Bergamo-Orio al Serio.
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DOVE VOLANO LE TASSE DI ALITALIA
di Marco Greggi 14.01.2008
Nella vicenda Alitalia e della sua possibile cessione ad Air France bisogna tener conto anche degli aspetti fiscali. Perché dopo la ristrutturazione la compagnia tornerà probabilmente a creare valore. La convenzione Ocse contro le doppie imposizioni dispone che la tassazione avvenga solo nel luogo in cui è localizzata la sede di direzione effettiva. Oggi è ovviamente l'Italia, ma domani? Il ministero dell'Economia deve pretendere adeguate garanzie in merito. Magari prendendo esempio dal governo olandese, che ha fatto bene i conti prima dell'accordo per Klm.
Della vicenda Alitalia si sono occupati, anche su lavoce.info, esperti di finanza, d’azienda e giuristi. Ma molti sono gli investitori stranieri che si fanno avanti con progetti più o meno condivisibili, più o meno convenienti. E allora è importante considerare anche un altro aspetto della questione, quello relativo alla fiscalità internazionale, le tasse.
Perché se è vero che oggi la compagnia di bandiera sembra più che altro un pozzo senza fondo, che macina perdite giorno dopo giorno, è opinione comune che Alitalia (o per i pessimisti, almeno una sua porzione) possa essere rilanciata sul mercato dopo una ristrutturazione, o una sensibile riduzione del personale unitamente ad altri correttivi, che sarà onere del prossimo proprietario configurare in modo conveniente.
Insomma, tornerà a creare valore.
E se questo accadrà, bisogna fin dalle trattative di cessione tenere conto anche delle regole fiscali per evitare che la cessione di Alitalia (oggi) determini anche la cessione della redditività che la compagnia produrrà (domani).
LA CONVENZIONE OCSE
Il modello di convenzione Ocse contro le doppie imposizioni, che regola i rapporti fiscali fra Stati, dedica un articolo particolare, l’articolo 8 alle compagnie di trasporto aereo, disponendo che esse debbano essere tassate solo nel luogo in cui è localizzata la sede di direzione effettiva (place of effective management). (1)
Significa che i proventi di una compagnia come Alitalia, che opera in due Stati che hanno stipulato una convenzione conforme al modello Ocse nell’articolo 8, come Italia e Francia, sono tassati solamente nel luogo ove è localizzata la sede della direzione effettiva della compagnia. Nel caso dell’Alitalia di oggi, ovviamente, in Italia visto che la sua sede è a Roma. Ma in futuro ?
Che garanzie ci sono che il place of effective management della compagnia sia mantenuto nel nostro paese dai cugini d’oltralpe?
O forse l’Italia dovrà abbandonare le sue pretese fiscali sulla nuova Alitalia, una volta risanata e lanciata sul mercato ?
Credo che la dirigenza del ministero dell’Economia, alla quale il dettaglio non è sfuggito, dovrà far pesare sul tavolo delle trattative anche questo interrogativo, pretendendo dalla controparte adeguate garanzie, per così dire, dell’interesse fiscale statale.
Non si tratta quindi solo di relazioni industriali, ma di una soluzione a un problema, quello di Alitalia, che deve necessariamente avvenire in modo aggregato, coinvolgendo anche aspetti che superano la mera convenienza hic et nunc dell’operazione nel suo complesso.
IL PRECEDENTE OLANDESE
Un precedente c’è, ed è uno che pesa, visto che riguarda proprio Air France, quando a suo tempo ha condotto la trattativa per Klm nel 2003 – 2004.
In quel caso l’accordo fu raggiunto a tre, fra Air France, Klm e il governo dei Paesi Bassi, con la prima compagnia che si era espressamente impegnata a mantenere in Olanda il place of effectivemanagement per Klm fino a una successiva modifica proprio della convenzione fra Olanda e Francia. (2)
Insomma, gli olandesi hanno dimostrato di saper far bene i conti, anche e soprattutto dal punto di vista fiscale, continuando a garantirsi il gettito di Klm, seppur nella sua nuova veste francofona.
Credo che si possa e si debba imparare dalla lezione olandese per evitare che, oltre agli aerei, prendano il volo anche le tasse pagate all’erario.
(1) Il primo comma nella versione del 2005 del modello Ocse recita: “Profits from the operation of ships or aircraft in international traffic shall be taxable only in the Contracting State in which the place of effective management of the enterprise is situated”.
(2) Letteralmente “Klm, Air France and the State of the Netherlands have agreed separately that Air France and Klm shall ensure that the place of effective management of Klm’s existing transport enterprise will be retained in the Netherlands for purposes of Dutch tax and the France-Netherlands double taxation convention at least until the bilateral treaty is ratified or the current convention is amended.”Come si legge nell’ultima comunicazione annuale AirFrance-Klm alla Sec statunitense, consultabile qui.
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ALITALIA: DESTINAZIONE FINALE
di Andrea Boitani 20.03.2008
L'offerta di Air France può apparire indigesta. Ma i margini di trattativa sono ridotti quasi a zero perché Alitalia ha accumulato oltre 1,7 miliardi di debiti finanziari, perde centinaia di milioni l'anno insieme a quote del mercato nazionale, internazionale e intercontinentale, ha una flotta tra le più diversificate e vecchie d'Europa. E anche perché non ci sono state, in quindici mesi, concrete offerte alternative. I diritti di traffico (e gli slots) sono il suo unico valore. Se salta la scadenza del 31 marzo, però, andrà inevitabilmente verso il fallimento.
Non è affatto detto che la lunghissima agonia di Alitalia giunga a una qualche conclusione in tempi brevi. Purtroppo, l’atto finale – che vede molti attori in scena in posizione negoziale – coincide con la campagna elettorale. Il che significa che il governo non ha l’autorevolezza e il potere per coordinare e guidare una trattativa complessa tra gli acquirenti di Air France-Klm, i sindacati, la Sea, i politici lombardi: gli manca infatti completamente l’orizzonte temporale necessario a rendere credibili promesse e minacce.
VERSO IL BARATRO
Quanto affermato da Tommaso Padoa-Schioppa nell’intervista al Corriere della Sera del 19 marzo è perfettamente corretto sotto il profilo tecnico: “la partita può avere soltanto tre conclusioni: l’esito positivo della trattativa, l’arrivo di un’offerta concorrente o l’amministrazione straordinaria con la probabile liquidazione della compagnia”, cioè il fallimento. Il clima di campagna elettorale fa però sì che improvvisati Dulcamara lascino intendere l’esistenza di qualche “specifico, simpatico, prolifico” capace di ringiovanire la “matrona rigida” (Alitalia) senza danneggiare Malpensa, senza tagliare posti di lavoro e senza far sborsare altri soldi all’erario. Il rischio è che, in un ambiente così drogato, la trattativa si ingarbugli fino alla scadenza del 31 marzo. Dopodiché, si scivolerebbe inevitabilmente nel baratro del fallimento.
UN’OFFERTA SENZA ALTERNATIVE
L’offerta di Air France può apparire indigesta, confezionata in modo abbastanza puntiglioso e ultimativo da far ribollire l’orgoglio nazionale. Eppure, le condizioni in cui Alitalia è stata ridotta da una politica (nazionale non meno che locale) cieca e rapace, da sindacati rissosi e corporativi, da un management inetto e cedevole alle richieste di tutti sono tali da dover far prevalere la vergogna nazionale sull’orgoglio. Se oggi i margini di trattativa sono ridotti quasi a zero è perché Alitalia ha accumulato oltre 1,7 miliardi di debiti finanziari, continua a perdere centinaia di milioni di euro l’anno (da dieci anni, non da ieri) insieme a quote del mercato nazionale, internazionale e intercontinentale, ha una flotta tra le più diversificate e vecchie d’Europa e ha deteriorato gran parte del suo brand name.
Ma i margini sono stretti anche perché non ci sono state, in quindici mesi, offerte concrete alternative a quella di Air France. Air One (1) ha perduto due volte l’occasione: non ha presentato un’offerta nel luglio 2007, quando tutti gli altri concorrenti si erano ritirati dalla barocca procedura d’asta allora messa in piedi dal ministero dell’Economia, ha presentato un’offerta non credibile a dicembre 2007, spingendo così il governo alla trattativa in esclusiva con Air France. L’invocata cordata lombarda è stata proprio come l’araba fenice secondo Da Ponte: “che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. C’è ancora la possibilità di un’offerta migliorativa rispetto a quella di Air France-Klm, ma nessuno si è fatto avanti. Berlusconi evoca (invoca?) di nuovo Air One, poi i suoi figli: staremo a vedere.
REAZIONI SCONTATE
Scontata era la reazione negativa dei sindacati agli esuberi annunciati dal presidente di Air France, Jean-Cyril Spinetta: circa 2100 unità tra Alitalia Fly e Alitalia Servizi. A veder bene, si tratta di un taglio inferiore al 15 per cento dei dipendenti totali delle due aziende, comunque coperti da un regime particolarmente generoso di cassa integrazione istituito dal governo nell’ottobre 2004. Era irragionevole attendersi tagli meno incisivi. E non è chiaro, ora, se la voce grossa dei sindacati sia da spiegarsi con la consueta prassi negoziale o se veramente avessero aspettative irragionevoli. In ogni caso, va rammentato che il fallimento porta a circa 15mila “esuberi” (se includiamo Alitalia Servizi) o circa 11.400 se si include solo Alitalia Fly. Ci sono poi gli azionisti privati di Alitalia (il 50,1% del capitale) che certo non gioirebbero per il fallimento.
Altrettanto scontata la reazione negativa del “partito del Nord”, anche se, per quanto riguarda Malpensa, nell’offerta di Air France non c’è nulla di nuovo rispetto al piano industriale presentato nell’autunno scorso da Maurizio Prato. Spinetta è stato chiarissimo: “Il grosso delle perdite di Alitalia è generato da Milano Malpensa. Dal punto di vista industriale mi sembra ragionevole la scelta di concentrare il ruolo di hub sull’aeroporto di Fiumicino”. Sorprende che la neo-presidente di Confindustria si sia precipitata ad accodarsi alla richiesta di “moratoria” per Malpensa avanzata da Formigoni e dai leader della Lega Nord: cosa direbbe se le chiedessero di mantenere attiva per due anni una linea di produzione in perdita della sua azienda? Lo Stato, del resto, non può versare altri “aiuti” a compensazione di quelle perdite, perché Bruxelles (giustamente) lo impedisce.
La Sea non sembra intenzionata a recedere dal suo ricorso, con richiesta di danni perché l’Alitalia non rispetta impegni presi da tempo per Malpensa. Air France-Klm non vuole far fronte a tale richiesta e pretende il ritiro del ricorso. È difficile dire se l’entità delle richieste di Sea sia congrua o esorbitante, ma se gli accordi c’erano è ragionevole vi sia anche il vulnus. Al momento non si vede una via d’uscita.
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DIRITTI DI TRAFFICO E QUOTE DI MERCATO
Se mantenere l’hub a Malpensa non ha senso industriale (ammesso e non concesso che avesse mai avuto senso avere un hub a Malpensa) e la moratoria sarebbe un salasso per la compagnia, ci potrebbe essere un’alternativa: rivedere i diritti di traffico (e quindi gli accordi bilaterali con i paesi extra-europei) in modo da consentire ad altre compagnie europee che lo trovassero conveniente di servire le rotte (o una loro parte) lasciate da Alitalia da e per l’aeroporto varesino. Ma Air France-Klm pone tra le condizioni sospensive della sua offerta d’acquisto, subito dopo l’accordo con le organizzazioni sindacali, “il rilascio di un impegno scritto da parte della competente autorità governativa di mantenere il portafoglio attuale dei diritti di traffico di Alitalia”.
Perché? Se quelle rotte sono in perdita, perché non lasciare che provi qualcun altro a servirle? Il timore è, evidentemente, che, qualora attivati, i voli da Malpensa portino via passeggeri dagli hub di Parigi, Fiumicino e Amsterdam e, quindi, incidano negativamente sui ricavi del nuovo gruppo. La clausola sospensiva, in sostanza, dice che la valutazione di Alitalia, che alcuni hanno giudicato oltraggiosamente bassa, senza tenere conto dei debiti che Air France-Klm si accolla e la ricapitalizzazione che si impegna a fare, dipende tra l’altro dalla sua quota di mercato effettiva e potenziale. Se la prima venisse ridotta e la seconda minacciata da una riallocazione dei diritti di traffico, Alitalia varrebbe ancora meno, forse nulla.
Che poi l’impegno scritto possa valere effettivamente qualcosa è un altro discorso: potrebbe impedire che la Commissione europea negozi nuovi accordi di open skies, dopo quello con gli Stati Uniti e che entrerà in vigore tra pochi giorni? Ovviamente no. Ma i tempi per new entries a Malpensa sarebbero comunque più lunghi. Certo che farsi dettare da Air France-Klm la politica del trasporto aereo, impedendo a Malpensa di trovare sul mercato soluzioni alternative ad Alitalia non è gradevole. Ma è il risultato della debolezza contrattuale in cui si ritrova un Governo senza più potere politico e senza alternative: insomma con le spalle al muro.
Se la scadenza del 31 marzo salta, non c’è da sperare che il “lavacro elettorale” possa improvvisamente cambiare le prospettive, a meno di credere davvero che l’araba fenice ci sia, da qualche parte, e torni a volare. Intanto, però, Spinetta sarà volato via per sempre.
(1) Che peraltro nel 2007ha avuto un fatturato di poco superiore alle perdite registrate da Alitalia nello stesso anno.
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IL SALVATORE DELLA PATRIA
di Luigi Guiso 25.03.2008
Uno dei candidati premier - Silvio Berlusconi - non ha trovato di meglio che intervenire sulla vicenda Alitalia che il paese si trascina da anni e che stava, con difficoltà, trovando una soluzione, forse non perfetta ma pur sempre una soluzione. Ricapitoliamo. Air France ha avanzato una proposta di acquisto che al momento, non ha alternative e che tempo fa era stata giudicata dal Tesoro - azionista di maggioranza di Alitalia - dominante rispetto alla sola alternativa presentata da Air One. Silvio Berlusconi ha annunciato l’esistenza di un’altra cordata formata da imprenditori nazionali, che potrebbero fare una offerta entra 45 giorni. Ad essa parteciperebbero i figli del candidato premier e sarebbe sostenuta da Banca Intesa. L’amministratore delegato di Banca Intesa ha smentito. La vicenda ha dell’assurdo: non si capisce perche’ debba essere un candidato premier ad annunciare una cordata alternativa per l’acquisto di una azienda che è sul mercato, anziché, se esistono, i diretti interessati, mettendo sul tappeto la proposta. Non si capisce perché, se esistono, lo debbano fare proprio adesso e con il patronage politico di un candidato premier. Fatto ancora più sconcertante è che il candidato premier minacci con il suo intervento di bloccare la vendita ad Air France per consentire l’acquisto da parte di una cordata che, anche se indirettamente tramite i figli, lo vedrebbe coinvolto. Se oggi Air France dovesse ritirarsi ci sarebbero almeno due conseguenze. Primo, Alitalia verosimilmente verrebbe commissariata e si troverebbe in una posizione di debolezza per affrontare l’entrata in vigoredi Open Sky - gli accordi per la liberalizzazione delle rotte con gli Stati Uniti. Secondo, un eventuale nuovo acquirente (i figli di berlusconi?) si troverebbe in una posizione contrattuale ancora piu’ forte di quella in cui oggi si trova Air France, con ulteriore perdita per l’erario che introiterebbe ancora meno dalla cessione del controllo di Alitalia. Chi verrebbe chiamato a pagare per tutto ciò?
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CON IL COMMISSARIO NON SI VOLA
di Lorenzo Stanghellini 25.03.2008
Cosa accadrebbe se Alitalia non trovasse un compratore? Cos'è il "commissariamento" di cui si parla come di uno spauracchio? Quali conseguenze scatterebbero per azionisti, creditori, lavoratori e viaggiatori? Se si trasformassero i debiti della società in azioni, come si è fatto con Parmalat, i suoi creditori avrebbero comunque il problema di un'impresa che perde. Occorre una soluzione industriale, perché la finanza ha già fatto tutto quello che doveva, e forse ha fatto anche troppo.
Il consiglio di amministrazione di Alitalia, nell'estate del 2007, ha scritto a chiare lettere che la società non può sopravvivere a lungo da sola. I costi operativi sono più alti dei ricavi: ogni giorno la società spende più di quel che incassa, perdendo così un pezzetto di patrimonio, e nessun piano industriale che veda Alitalia senza un partner forte sembra in grado di riportare l'equilibrio nei conti.
NON PUÒ VOLARE DA SOLA
La sopravvivenza di Alitalia sembra dunque collegata al fatto che un'altra linea aerea compri le sue azioni e immetta denaro nella società, con la prospettiva di recuperare l'investimento grazie alle economie di scala e di scopo e alla riduzione dei costi. Non sembra invece praticabile, nemmeno con investimenti ingenti, l'opzione stand alone, perché qualunque investitore che agisca secondo criteri di mercato mira a un guadagno. E Alitalia oggi perde, e senza un partner forte è destinata a continuare a farlo.
La liquidità di Alitalia si sta assottigliando mese dopo mese: dai 428 milioni di euro al 31 ottobre ai 282 al 31 gennaio, ultimo dato disponibile. E può bastare solo per alcune settimane. Quante esattamente non è dato sapere con precisione, anzi è persino materia di battaglia politica. Ma certo non molte, soprattutto se i fornitori in allarme cominciassero a pretendere il pagamento in contanti. Se le cose continuano così, fra non molto potrebbe essere difficile mantenere continuità all'azienda e far volare gli aerei.
PRIMO SCENARIO: AIR FRANCE, O CORDATA CONCORRENTE
Air France, scelta come potenziale partner dal consiglio di amministrazione e dall'azionista di maggioranza, il ministero dell'Economia, ha posto una serie di condizioni alla sua offerta di acquistare le azioni Alitalia. Si tratta di condizioni non facili a realizzarsi: accordo sindacale, rinunzia alla causa per danni intentata da Sea per l'abbandono di Malpensa, e altro.
Proprio la difficoltà di tali condizioni ha indotto alcuni a invocare, e perfino ad annunziare, l'arrivo di una cordata concorrente. Non è chiaro se l cordata esista, ma anche se esistesse, è difficile che possa essere pronta ad acquistare le azioni e a immettere denaro in Alitalia prima che la sua liquidità cominci a scarseggiare.
È per questo che, da parte dei contrari ad Air France, si invoca un prestito-ponte, per consentire ad Alitalia di andare avanti un altro po'. Ma chi farebbe tale prestito? È difficile che un investitore ragionevole impieghi il suo denaro in un'operazione ad alto rischio, e lo Stato non può fare nulla: né prestare denaro, né garantire prestiti fatti da altri, perché trattandosi di aiuto di Stato occorrerebbe l'autorizzazione della Commissione europea, che in passato l'ha già concessa per Alitalia con la promessa che sarebbe stata l'ultima volta. E poiché tutti sanno che senza questa autorizzazione la garanzia fornita dallo Stato sarebbe invalida, nessuno si arrischia a finanziare Alitalia facendovi affidamento.
SECONDO SCENARIO: L'AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA
Qualora Air France abbandonasse la partita e nessuna soluzione fosse a portata di mano, il consiglio di amministrazione di Alitalia si troverebbe da solo. È verosimile ritenere che, in quel momento, la situazione imporrebbe al cda di chiedere l'ammissione a una procedura di amministrazione straordinaria: quella che scatta per le grandi imprese quando sono insolventi e i loro creditori (e non più gli azionisti) sono a rischio. Si tratta di una procedura equivalente al fallimento, alla quale sono soggette le imprese che hanno un elevato numero di dipendenti (e Alitalia ne ha moltissimi) (1). In questo caso, la gestione dell'impresa passerebbe ad un commissario straordinario, il cui compito è quello di mantenerla in attività e ricollocarla sul mercato, dividendo fra i creditori quanto sia riuscito a ricavare.
Secondo la legge, il commissario straordinario esercita l'impresa al posto degli amministratori. Quindi potrebbe far volare gli aerei, e nessuno potrebbe impedirglielo. In teoria, cioè, Alitalia conserverebbe il suo marchio e i suoi preziosi slot aeroportuali, in attesa di trovare un nuovo assetto proprietario.
Il problema della liquidità, tuttavia, resterebbe immutato, e forse peggiorerebbe. Se Alitalia spende ogni giorno più di quello che guadagna, occorre che qualcuno finanzi la differenza. Una banca potrebbe a questo punto (cioè dopo l'apertura della procedura di amministrazione straordinaria) trovare convenienza a farlo, in quanto il finanziamento fatto al commissario deve essere ripagato prima e a preferenza di tutti i debiti già esistenti, a eccezione di quelli garantiti da ipoteca sugli immobili e sugli aerei.
È ciò che accade negli Stati Uniti, dove le linee aeree eccessivamente indebitate entrano in procedura (Chapter 11) e continuano a volare grazie ai nuovi finanziamenti, preferiti a quelli precedenti. Ma qui la cosa non sarebbe affatto agevole, in quanto le prospettive dell'amministrazione straordinaria sarebbero incerte, e nessuno immette denaro se non in condizioni di chiarezza. Il finanziamento, ancorché preferito, dovrebbe infatti essere alla fine ripagato con gli incassi ottenuti dal commissario dalla vendita del patrimonio di Alitalia, che è difficile quantificare date le enormi difficoltà, soprattutto sindacali, che egli dovrebbe affrontare.
Pur con l'incertezza di tutte le previsioni, lo scenario che allo stato sembra pi√π probabile, in caso di commissariamento, sarebbe quello di una riduzione drastica dei voli, limitati a quelli che producono flussi di cassa positivi, con molti lavoratori lasciati a casa, probabilmente per sempre. Alla fine, si venderebbe a basso prezzo quel che resta di Alitalia. Gli azionisti resterebbero senza nulla e i creditori si dividerebbero la magra torta.
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NON SAREBBE UN'ALTRA PARMALAT
Perché queste previsioni catastrofiche? Parmalat, grazie a una legge speciale (2), non è stata risanata e quotata in borsa, con vantaggio dei lavoratori e anche dei creditori, che hanno avuto più di quello che era ragionevole attendersi al momento del crack? I due casi, purtroppo (o per fortuna), non sono minimamente comparabili.
Parmalat aveva un passivo enorme (e occultato), e flussi di cassa positivi. Alitalia ha un passivo minore, ma il suo problema sono le gravi perdite operative, che non sembrano riducibili se non con cure dolorosissime che nessuno sembra voler affrontare. La legge speciale per Parmalat può conservare quello che c'è di buono, ma non può trasformare il piombo in oro.
Se si trasformassero i debiti di Alitalia in azioni, come si è fatto con Parmalat, i suoi creditori avrebbero lo stesso problema: un'impresa che perde. E dopo aver distrutto il capitale degli azionisti continuerebbe distruggendo quello dei creditori. Occorre una soluzione industriale, perché la finanza ha già fatto tutto quello che doveva, e forse ha fatto anche troppo.
(1) Le imprese che hanno almeno duecento dipendenti sono soggette alla procedura di amministrazione straordinaria regolata dal decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 270 (cosiddetta legge Prodi-bis). Per quelle che hanno almeno cinquecento dipendenti è stata creata, in occasione del crack Parmalat, una variante accelerata e migliorata nelle soluzioni della crisi (decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347, convertito in legge 18 febbraio 2004, n. 39). Alitalia verrebbe verosimilmente assoggettata alla procedura di amministrazione straordinaria "variante Parmalat".
(2) Il decreto-legge 347/2003 ha infatti reso possibile un concordato con il quale ai creditori delle società del gruppo sono state date azioni di una "nuova" Parmalat, senza più debiti. Si veda "Se Parmalat dà il buon esempio",
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1134.html
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ALITALIA AL TERMINAL
di Luigi Guiso 28.03.2008
L'ultima offerta di Spinetta - CEO di Air France - sembra chiudere il caso Alitalia, lasciando poche speranze a chi ancora pensa o per convinzione ideologica o per opportunismo politico che sia possibile far assorbire manodopera in eccesso a prescindere dal vincolo di bilancio. Puo' essere vero per una azienda pubblica (e Alitalia lo e' solo a meta') ma non per una azienda privata (come Air France con l' 80% di capitale in mani private). I 2100 esuberi indicati da Spinetta sono probabilmente una delle stime piu' basse che un acquirente di Alitalia puo' permettersi di offrire. Questo per due ragioni. In primo luogo perche' Air France ha un forte interesse per il mercato Italiano e per Alitalia ed e' disposta - come dimostra l'insistenza in questa trattattiva - a prendersi il rischio di una ristrutturazione complessa e onerosa, e quindi anche ad accollarsi qualche adetto in eccesso in cambio di consenso sindacale. In secondo luogo perche' la dimensione del gruppo e le sue prospettive di crescita consentono la riallocazione all'interno dello stesso in modo indolore di parte degli esuberi veri che eccedono di gran lunga i 2100 dichiarati. Prima di rifiutare l'offerta di Air France e' bene quindi riflettere attentamente. L'alternativa potrebbe essere molto peggiore.
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CONSOB E LA CORDATA FANTASMA
di Federico Maria Mucciarelli 28.03.2008
Il caso Alitalia tiene ancora banco. Ma nella ridda di dichiarazioni degli ultimi giorni molti sembrano aver dimenticato che la compagnia aerea è una società quotata. E che la Consob, dopo l'attuazione della direttiva Opa, ha in tali situazioni i poteri per garantire la trasparenza e la correttezza delle informazioni. Possiamo quindi sperare che il mistero della cordata fantasma sia tra breve svelato grazie all'intervento dell'Autorità di vigilanza.
Il “caso Alitalia” tiene ancora banco. Nonostante la crisi ormai conclamata, una prima asta fallita e un’offerta di acquisto quasi formalizzata da parte di Air France, la vicenda si è riaperta negli ultimi giorni, grazie alle dichiarazioni di alcuni politici e imprenditori.
Ma Alitalia è una società quotata e, allora, dobbiamo chiederci quali poteri abbia la Consob in tali situazioni, al fine di garantire la trasparenza e la correttezza delle informazioni.
ALITALIA E LA POLITICA
Che la vicenda trasmodasse in politica era prevedibile, viste le imminenti elezioni. Infatti, da alcuni giorni si inseguono sui giornali e in televisione dichiarazioni e proclami di uomini politici nazionali e locali, molti dei quali ormai apertamente ipotizzano o reclamano l’intervento di una “cordata italiana”, alternativa ad Air France, per l'acquisto di Alitalia.
Uno degli imprenditori che potrebbe esserne protagonista ha chiesto tre settimane di tempo per una due diligence di Alitalia, dopo di che sarà in grado di formalizzare un’offerta per la compagnia di bandiera. (1) E un noto politico nazionale ha dichiarato, parlando sempre della “cordata italiana”: “ora sono impegnato io, quindi si fa”. (2) Senza chiarire se intende intervenire personalmente nell’acquisto o più semplicemente facilitarne il formarsi.
ALITALIA E LE REGOLE DEL MERCATO
Un fiume di parole ha dunque investito Alitalia e le quotazioni della compagnia di bandiera subiscono oscillazioni significative.
Ma nell’intemperie mediatica degli ultimi giorni, molti si sono dimenticati di una cosa: Alitalia è una società quotata e, quindi, le si applicano regole di trasparenza stringenti, che mirano a proteggere gli interessi del mercato dei capitali. E queste regole e questi interessi non sembrano compatibili con la ridda di voci incontrollate e di dichiarazioni ambigue che si è scatenata.
Un esempio chiarirà la questione.
La recente attuazione della direttiva Opa ha introdotto un articolo che così recita: “In presenza di indiscrezioni comunque diffuse tra il pubblico in merito a una possibile offerta pubblica di acquisto o scambio e di irregolarità nell'andamento del mercato dei titoli interessati, ai potenziali offerenti si applica l'articolo 114, commi 5 e 6”. (3)
L’articolo attribuisce alla Consob il potere (e il dovere) di far pubblicare “notizie e documenti necessari per l’informazione del pubblico”. (4) La Consob, quindi, ha ora il potere di chiedere a chiunque, in base a rumors diffusi sul mercato che hanno alterato i corsi azionari, di dichiarare se è vero che sta preparando una scalata e ogni violazione viene colpita da una sanzione amministrativa pecuniaria. (5)
Sembra essere una norma ritagliata sugli accadimenti di questi giorni, ove alle dichiarazioni di politici e industriali sono seguiti improvvisi rialzi delle quotazioni di Alitalia, perché se la “cordata italiana” acquistasse il pacchetto di maggioranza, sarebbe poi tenuta a lanciare un’Opa obbligatoria.
Si tratta solo di un esempio di regole del mercato che impongono trasparenza, ma questo piccolo esempio forse induce all’ottimismo e può farci sperare che il mistero della cordata fantasma venga tra breve svelato grazie all’intervento dell’Autorità di vigilanza.
(1) La Repubblica 22 marzo 2008
(2) Sole 24 ore 22 marzo 2008.
(3) Articolo 103 (8) Tuf
(4) Articolo 114 (5) Tuf
(5) Articolo 193 (1) Tuf
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IL NODO DI MALPENSA
di Mario Sebastiani 28.03.2008
Ostacoli insormontabili nella trattativa per la vendita di Alitalia non sono né la salvaguardia degli occupati né il prestito-ponte. E in fin dei conti neanche la richiesta di indennizzo della Sea. Il vero conflitto riguarda il futuro assetto del mercato fra Fiumicino, Malpensa e gli hub di riferimento di Air France-Klm. E' qui che deve intervenire il ruolo negoziale del governo. Perché una soluzione di mercato non può prevedere condizioni protezionistiche a vantaggio di qualcuno.
Le carte messe in tavola da Air France-Klm hanno scatenato la caccia al jolly (elettoralmente) vincente. L’offerta è di un compratore che intravede un buon affare, ma che non è consumato dal desiderio di afferrarlo a tutti i costi, di chi è disposto a mettere soldi freschi, ma non ad accollarsi rischi diversi da quelli propriamente industriali e di mercato, e che cerca dunque di sterilizzare quelli di contorno: una posizione corretta, anche se può apparire stravagante a molti di noi, abituati ad attribuire ad Alitalia la speciale responsabilità di assicurare l’unità d’Italia, la sua coesione rispetto al resto del mondo e gli equilibri sindacal-politico-territoriali.
OSTACOLI VERI E PRESUNTI
Margini negoziali più ampi di quelli dichiarati all'inizio da Jean-Cyril Spinetta probabilmente esistono e la ventilata rinascita di un concorrente può ammorbidire la posizione di Air France. Però, potrebbe anche farla scappare, se si tira troppo la corda sì da confermare le preoccupazioni sulla futura ingovernabilità ambientale della compagnia. D’altra parte, il termine del 31 marzo non sembra perentorio poiché a nessuna conclusione si potrà pervenire, per richiesta dello stesso acquirente, prima che sull’argomento si esprima il prossimo governo, vale a dire prima della fine di maggio.Èinvece inderogabile la condizione che la “volontà politica” sia chiara, bene raro da noi. Prendiamoci dunque qualche settimana in più purché tutti giochino a carte scoperte: classe politica, sindacati, Air France e Sea/Lombardia.
Vediamo allora le condizioni che sembrano più ostiche, cominciando con l’escludere quella relativa al personale (ostica sì, ma oggettivamente pretestuosa) per le ragioni richiamate da Andrea Boitani nel suo articolo del 20 marzo.
Nemmeno il prestito governativo per permettere la sopravvivenza della compagnia prima dell’arrivo della cavalleria franco-olandese è un ostacolo insormontabile, se il ritorno diretto per l’azionista Stato è adeguato e ragionevolmente certo. A fronte dell’onere del prestito, lo Stato eviterebbe di perdere il capitale investito nell’azienda (circa 70 milioni di euro, quanto vale la sua quota nell’offerta di Air France-Klm) e la quota di obbligazioni convertibili da esso sottoscritte che, sempre nella valutazione del compratore, ammonta a circa 360 milioni di euro: in soldoni, una mancata perdita (in caso di fallimento) di 430 milioni di euro contro un prestito fruttifero e garantito di 300 milioni. Difficile eccepire che un azionista privato non lo troverebbe conveniente. Èperò necessario che il beneficio sia certo, che cioè esista un compratore sicuro e che ogni altro ostacolo sia stato abbattuto. Il primo punto frena quanti invocano la concessione di un prestito al buio, in attesa del materializzarsi di un nuovo acquirente: assomiglierebbe più a una scommessa che a un investimento con un ritorno ragionevolmente certo. Il secondo rende determinante un'altra condizione.
L'INDENNIZZO ALLA SEA
Sea chiede 1,25 miliardi di euro per il prematuro abbandono di Malpensa. Al di là del quantum, la questione rientra nell’annosa, ma fondata, querelle sull’equilibrio dei rischi fra compagnie aeree e società aeroportuali. Non so se fra Alitalia e Sea siano stati a suo tempo concordati patti di “fedeltà” e se Alitalia abbia avuto in contropartita benefici economici, con investimenti mirati, sconti sulle tariffe aeroportuali o vantaggiose transazioni su pregressi contenziosi. Sospetto, però, di sì. Ragioniamo dunque come se la richiesta di risarcimento fosse fondata
L’indennizzo diretto dello Stato o una sua garanzia ad Air France-Klm contro eventuali avversi sviluppi della controversia costituirebbe un aiuto di Stato da manuale. Aiuto di Stato sarebbe anche la rinuncia unilaterale di Sea, come ha improvvidamente chiesto il governo: la società è a controllo pubblico, perciò si tratterebbe sempre di un trasferimento ad Alitalia di risorse pubbliche nella forma di rinuncia a un risarcimento, per quanto incerto nel quantum, non giustificata da contropartite di mercato. Medesima conclusione se questo avvenisse a seguito di concessioni trasversali da parte dello Stato alla Sea o ai suoi stakeholder, in parte peraltro già accordate, nella forma di misure per l’occupazione o di risorse per investimenti infrastrutturali sul territorio. E poi esiste la responsabilità degli amministratori che, una volta eccepito il danno, non possono fare macchina indietro in cambio di nulla o in cambio di benefici elargiti a soggetti diversi dalla propria società.
La contropartita dovrebbe essere fornita direttamente a Sea dallo stesso beneficiario della rinuncia, cioè da Alitalia. E l’unica possibile è la moratoria: precisamente la linea del Piave su cui Sea e la Lombardia accortamente alzano barricate.
Sulla moratoria si sta giocando una partita a carte coperte. La vera questione non riguarda tanto le ulteriori perdite che Alitalia subirebbe mantenendo per due o tre anni un decoroso operativo su Malpensa né il minor danno che Sea avrebbe per questa via. Si legge che Alitalia perde oggi circa 200 milioni all’anno sullo scalo lombardo: ebbene, con una riduzione graduale dei voli, accompagnata da una cura lacrime e sangue, la perdita potrebbe forse ridursi a 200-250 milioni nell'intero periodo, una somma che non dovrebbe stravolgere i termini di convenienza per Air France-Klm: che disponibilità negoziale ci sarebbe se si escludesse una forchetta dell’8-10 per cento sull’importo complessivo dell’operazione?
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